mercoledì 30 marzo 2011

Talento da vendere.

Mi stavo masturbando in tutta tranquillità, seduto alla scrivania della mia camera, quando il telefono sul tavolo si illuminò e comparve il suo nome. Era Anika, una mia cara amica, che mi stava chiamando. Per un po’ fissai il telefono che squillava continuando a muovere la mano, indeciso sul da farsi, poi presi l’uccello con la mano sinistra e con la destra risposi.
“Adam, bestia! Ti disturbo?!?” Il volume della sua voce mi travolse senza lasciarmi via di scampo.
“No, anzi. Non potevi scegliere momento migliore, stella.” Risposi divertito.
“Ah, meno male! Che fai? Come va?”
“Tutto normale, come al solito. In effetti mi stavo masturbando quando hai chiamato. Però non ho ancora finito. Vuoi aiutarmi a concludere più velocemente?”
“Ma va’, scemo. Davvero? Comunque lo sai che, prima o poi, ti darò una pettinata che te la ricordi!”
“Giuro. E non aspetto altro. Comunque dimmi, hai bisogno? Intanto io continuo.”
“Schifoso” disse Anika, divertita. “Stasera suoniamo in sala prove, dobbiamo provare una nuova chitarrista, vieni a sentirci?”
“Cazzo, sì! Com’è la tipa? Dici che se glielo appoggio in mano, lo lascia cadere?”
Anika si mise a ridere.
“No di certo! Non è niente di che, ma è una che non si fa problemi. Allora ci vediamo alle sei, stasera, ti aspetto?”
“Fai conto che sia già lì.”
Chiusi la comunicazione e finii il mio lavoro con dedizione. Poi, dopo essermi pulito, arrotolai una sigaretta e la fumai soddisfatto.
Le endorfine si spandevano in tutto il corpo e mi sentivo veramente bene.


Poche ore dopo sfrecciavo in macchina verso la sala prove. Ero proprio curioso di incontrare quella ragazza.
Arrivai a destinazione che loro già suonavano da una mezz’ora abbondante. Solitamente sono un tipo puntuale e odio i ritardatari, ma devo ammetterlo, a volte essere in ritardo fa il suo effetto e ha la sua utilità.
Entrai nell’atrio del locale che ospitava le varie sale prove. Un bancone troneggiava solitario e desolato nel mezzo della stanza, arredata alla meno peggio, in un vecchio capannone della zona industriale della città. Un divano arancione e un vecchio frigorifero bianco se ne stavano malinconici dalla parte opposta al bancone. Mi diressi verso la sala prove e aprii la pesante porta insonorizzata. Il violento riff di una famosa canzone heavy metal mi sferzò il viso e le orecchie. Anika mi salutò con un largo sorriso dai mille sottointesi; le altre ragazze mi fecero un cenno col capo.
La cercai subito con lo sguardo e la vidi, dopo qualche secondo, in fondo alla stanza che suonava.
Carpii i primi, importanti, dettagli: sguardo da porca, una terza onesta e un culetto irriverente. Le rivolsi un sorriso gentile, ma significativo e lei rispose sorridendo e abbassando gli occhi, lievemente imbarazzata.
Bene, pensai, porca e intimidita: una delle migliori.
Il pezzo giunse alla fine e dopo qualche minuto salutai di nuovo tutte le ragazze, presentandomi alla nuova arrivata.
Si chiamava Denise, ma io potevo chiamarla Denny, se mi faceva piacere. Le dissi, sorridendo malizioso, che se le procurava piacere lo avrei sicuramente fatto. Sorrise ancora, ma stavolta se le sue guance lievemente arrossate tradivano imbarazzo, i suoi occhi no.
Loro promettevano le gioie di una fellatio spinta, nel primo angolo libero a disposizione. Dietro di me, Anika se la ghignava allegramente.
Ascoltai qualche altro pezzo, fumando un paio di sigarette, e poi mi venne sete. Alla fine dell’ennesima canzone avanzai la mia proposta:
“Gentil donne, io vado a prendermi una birra, vi andrebbe una pausa?”
Il mio sguardo si spostò, ammiccante, su Denise e poi, più che eloquente, su Anika.
“Ma sì, dai!” disse Anika, che aveva inteso la mia occhiata. “Fermiamoci per dieci minuti, ho sete anche io.”
Gli strumenti furono posati e io aprii la porta e mi diressi verso il frigorifero, vicino al divano, nell’atrio. Anika mi seguiva, mentre le altre si fermavano a parlare fra di loro. Presi due lattine di birra da mezzo litro, dal frigo, e mi sedetti porgendo la seconda ad Anika, che la strappò dalla mia mano mentre si lasciava cadere di peso di fianco a me.
“Non scherzavi quando mi hai detto che la tipa non si fa problemi.” Esordii divertito.
“Non scherzo su queste cose, lo sai. Porca puttana! Per un attimo ho pensato che ti avrebbe sbottonato i pantaloni e spompinato in mezzo a noi.” Disse, ridendo forte.
“Sarebbe stato molto, molto interessante.”
Continuammo a parlare del più e del meno per qualche minuto, poi Anika si alzò per andare a prendere un effetto per la chitarra, che aveva scordato in macchina.
Rimasi da solo, sul divano, a sorseggiare birra e a guardare il soffitto, fino a quando una nuvola di seta rossa oscurò la luce sul mio volto. Era Denise con i suoi lunghi capelli, che faceva capolino, sorridente, sopra la mia testa. Ora che ci facevo caso, quella ragazza non faceva altro che sorridere.
Mi spostai, girandomi, in modo da non vederla sottosopra e la salutai: “Ciao Denny, allora come ti trovi con le ragazze?”
“Non male, ci sanno fare!” rispose, sempre sorridendo.
“Adam, giusto?”
Annuii.
“Senti, sai dov’è il bagno in questo posto?”
“Certo, se vuoi ti accompagno. Sai, è un po’ complicato arrivarci.”
“O.K.!”
Mi alzai dal divano, gli girai intorno e, facendo cenno a Denise di seguirmi, percorsi non più di venti passi in linea retta, fermandomi davanti ad una porta nera che recava una bella scritta a caratteri bianchi: TOILETTE.
Voltai lo sguardo verso Denise che scoppiò a ridere.
“Effettivamente, rischiavo di perdermi. Meno male che ho chiesto a te.” Sorrise e socchiuse leggermente gli occhi.
“Per servirla, mia signora. Ha bisogno che entri con lei per assicurarmi che non ci siano pericoli?”
Lo so, trita e ritrita, ma bisogna pur provarci. O no?
“Sarebbe gentile da parte tua.” Rispose, guardandomi in tralice.
Non credevo alle mie orecchie, aveva funzionato.
Entrai e finsi di mettere in sicurezza la zona. Mentre mi voltavo per annunciare l’assenza di misteriosi pericoli, Denise chiuse la porta a chiave e si sbottonò il corpetto di pelle, molto heavy metal, che le comprimeva il seno. Si avvicinò a me, cingendomi la nuca con la mano destra e con la sinistra le palle, e mi infilò la lingua in bocca. Calda e al gusto di tabacco, scivolava intorno alla mia. Iniziai a darmi da fare, toccandola con decisione e desiderio un po’ ovunque. Dopo poco, lei iniziò a scendere, con le ginocchia e la lingua, finché non arrivò al punto giusto e cominciò a lavorare di bocca. Ero estasiato.
“Oh Denny, cazzo!” riuscii a proferire. I suoi mugugni di risposta furono più che soddisfacenti.


Fu una bella e intensa sveltina, di una ventina di minuti. Quando rientrammo nella sala prove, un po’ scarmigliati, le ragazze ci aspettavano ormai da un po’. Mentre le altre due ci guardavano dubbiose, Anika seduta con la chitarra in grembo, era paonazza nel tentativo di soffocare le risate.
Me ne stetti lì un’altra ora ad ascoltare le ragazze suonare, a bere birra e fumare qualche sigaretta tranquillo in un angolo e poi me ne andai salutando e strizzando l’occhio prima in direzione di Denise e poi di Anika.
Non so se, successivamente, Denise entrò nel gruppo. Una cosa è certa: di talento ne aveva da vendere.

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