giovedì 3 febbraio 2011

Un uomo medio.

Fu un caso.
Un pomeriggio noioso, piatto, passato a perder tempo davanti al televisore. Gli impegni e le responsabilità quel giorno potevano aspettare. La filosofia di Severo era molto semplice: se non ho voglia di farlo, non lo faccio. Sarebbe uno spreco di risorse, sarebbero male utilizzate. Perché fare qualcosa contro voglia con la consapevolezza che in quel modo di certo non avrebbe dato il meglio di sé? Severo di nome e di fatto, nomen omen, applicava la sua filosofia con molta attenzione. Dopo tutto, era l’unica cosa che era certo di possedere. Una filosofia per affrontare la vita in un qualche modo. Non sarà stato il modo migliore, quello giusto addirittura, ma per ora funzionava piuttosto bene. Almeno così credeva.
Lo schermo proiettava le solite immagini, le solite situazioni, concetti e pensieri che incantavano l’uomo medio e provocavano una strana sensazione di costrizione cerebrale in quelle persone che riuscivano, seppur annaspando, a tenere fuori la testa dal mare placido e inclemente della mediocrità. Ma fu proprio da quel mare scuro e marcio che Severo vide emergere la sua nuova ossessione. Quella donna, totalmente senza gambe. Una donna a metà, un essere umano a metà. Una persona media in quanto fisicamente la metà di una persona normale. Grottesco, angosciante, intrigante ed infine malato.
Come malata era l’attrazione che Severo sentiva nascere dentro di lui, partiva dai lombi e arrivava alla testa, la possedeva, ne circumnavigava i confini ed infine la ghermiva in una strana sensazione di stordito stordimento erotico. Febbre. Gocce di sudore che imperlavano la sua fronte. Si sentiva sporco, corrotto, per ciò che i suoi pensieri gli stavano svelando, per le pulsioni che gli insinuavano nei movimenti.
Fuori il sole stava ormai calando, era pur sempre un pomeriggio invernale. La luce, seppure anch’essa malata e portatrice del pallore tipico della stagione, aveva ancora il potere di aumentare le vergogne dell’uomo, di quell’uomo. Ma ancora poco, questione di poche decine di minuti, e il sole pallido avrebbe cessato di sbattergli in faccia le sue pallide accuse di perversione.
Severo se ne stette lì, immobile sul divano, gambe incrociate fissando lo schermo vuoto. Dopo la sua fortuita visione aveva spento il televisore. Non voleva che nessun’altra immagine potesse guastare il sapore che i suoi occhi avevano provato. Non voleva che gli odori di altre visioni potessero guastare la fragranza di quella perversa essenza.
Continuava a ripassare mentalmente le immagini di quella donna, provando un misto di compassione e rapimento estetico. Pensò di essere pazzo. Come poteva un tale abominio della natura avere un effetto così attrattivo su di lui? Si vergognava, adesso. Certi pensieri non si fanno su persone che hanno dovuto affrontare disgrazie del genere. Sua madre si sarebbe rivoltata nella tomba. Anzi probabilmente lo stava già facendo, convulsamente. Si immaginava già un servizio al telegiornale: “Singolare terremoto devasta il camposanto di una piccola cittadina del nord Italia. Epicentro individuato in corrispondenza della tomba di Maria Scorcioni. Geologi perplessi.”
Doveva bere qualcosa di forte. Doveva scuotersi da quel torpore carico di sensi di colpa. Si alzò per dirigersi verso il mobile bar.
Una volta in piedi ebbe coscienza delle sue gambe. Per la prima volta da quando era al mondo seppe, coscientemente, della loro esistenza. Non erano delle belle gambe, almeno non secondo i canoni convenzionali. Provò un moto di disgusto, ma troppo remoto perché potesse rendersi veramente conto di averlo sentito. Gli rimase solo una lieve sensazione di fastidio, che non sapeva spiegarsi.
Si versò due dita di whisky. Guardò il bicchiere e decise che non voleva vederlo né mezzo vuoto, né mezzo pieno, lo voleva strabordante. Lo riempì fino all’orlo e lo trangugiò in due enormi sorsi, lì in piedi davanti al mobile, barcollando sotto la pressione dell’ultima, fin troppo generosa, sorsata.
- Molto meglio! Ah, Severo, sei proprio uno sciocco! Lasciarsi traviare così ingenuamente da certi pensieri. Lasciarsi influenzare così pesantemente da qualche immagine su di uno schermo. Se lo sapessero i tuoi amici, chissà quanta considerazione che avrebbero di te. - Scoppiò a ridere fragorosamente e l’eco della sua risata fece vibrare tutto l’appartamento deserto. Ma l’eco non fu la coda conclusiva delle sue risa. Continuarono e iniziarono ad assumere un tono stridulo, ossessivo. Severo era diventato paonazzo, accasciato al suolo, e continuava a ridere nervosamente fino al soffocamento.
Riuscì a ricomporsi a fatica e quando fu il momento di sollevarsi da terra il suo corpo non volle saperne. L’iniziale sensazione di panico fu presto sostituita da una genuina curiosità. Le gambe funzionavano benissimo, riusciva a muoverle, tuttavia se provava ad alzarsi esse non volevano collaborare. Si irrigidivano nella loro posizione orizzontale e lo lasciavano steso, incapace di fare un qualsiasi movimento. La sua mente gli impediva di alzarsi. Ma certo! Era solo una questione mentale.
Quella donna. Niente gambe. Anche lui non ne voleva sapere più niente delle gambe. Lei, la sua nuova ossessione. Lui, sarebbe diventato come lei. Sarebbero stati insieme e felici, in un mondo che dava fin troppa importanza a quei due lunghi arti, loro sarebbero stati soli contro tutti. Un cambio di prospettiva, una nuova vita ad un livello più basso. A livello fisico sicuramente, ma ad altri livelli... Ah! Sarebbe stata una conquista della più alta vetta che la mente umana avesse mai raggiunto fino ad allora, dal basso, e senza gli attrezzi fondamentali ad una scalata: le gambe.
Severo iniziò a muoversi, portandosi avanti con le mani, come se stesse arrampicando il pavimento. Le gambe, le sue brutte gambe, inerti lo seguivano quiete, quasi come se avessero accettato di buon grado la loro sorte. - Che fatica però! Mi fanno già male i polsi e le mani sono tutte arrossate. Bando ai piagnistei, Severo! Cosa credi che potrà pensare di te la tua donna se già dopo pochi metri rimpiangi la vostra condizione? Fai pena, Severo. Datti un contegno e sii uomo! -


Dopo una settimana da uomo dimezzato, Severo era diventato piuttosto pratico. Aveva imparato ad affrontare tutte le nuove sfide che la vita gli presentava con un’astuzia che non pensava nemmeno di possedere.
Andava al lavoro utilizzando come mezzo di locomozione un pannello di legno, spesso, al quale aveva applicato quattro piccole ruote di gomma e usava le mani come forza motrice di quell’assurdo veicolo.
Dopo i primi giorni di sgomento in ufficio e svariate minacce di licenziamento, se non fosse tornato a comportarsi come una persona normale, riuscì ad averla vinta e fu lasciato in pace.
L’indifferenza per sua pazzia prese piede e tutti iniziarono ad ignorarlo, come ignoravano le persone che usavano le proprie gambe.
Il suo capo non ebbe il coraggio di licenziarlo. Non certo per chissà quale moto di compassione, soltanto perché temeva un’azione legale per aver licenziato un dipendente, solo perché handicappato.
Per strada le persone lo guardavano incuriosite, quando pensavano che lui non le vedesse. Ma subito distoglievano lo sguardo imbarazzate, se si rendevano conto che i loro occhi indagatori e indiscreti erano stati colti in flagrante.
Severo rideva di questa cosa. Rideva della loro malcelata e morbosa curiosità, nascosta dietro un finto rispetto per la sua condizione di svantaggiato. - Poveri pazzi! Voi non capite e non capirete mai! Pensate di essere più fortunati di me, vi disperate addirittura per me, a volte. Ma sono io che muoio di dolore per voi, che non aprirete mai gli occhi e continuerete a fare affidamento sulle vostre stupide gambe. Stolti! -
Il ritorno e l’uscita da casa erano la parte più impegnativa della sua giornata. Il palazzo non era dotato di ascensore, era troppo vecchio e progettato alla meno peggio, quindi per affrontare i tre piani di scale che lo separavano dalla porta di casa o da quella di ingresso del palazzo, Severo doveva caricarsi il suo singolare mezzo di locomozione sulle spalle e iniziare una pietosa scalata, o discesa, verso la sua metà. Impresa che affrontava senza scoramento, felice di fare quello che doveva a causa della sua nuova vita.
Ormai la parte superiore del suo corpo era scolpita nella pietra delle difficoltà superate. Braccia e spalle rese possenti dai continui sforzi necessari per condurre una vita autonoma. Torace espanso e un fiato degno di un campione di apnea. Si sentiva bene, si sentiva rinato. Della parte inferiore, le gambe, ormai non si curava quasi più. A volte si dimenticava persino di indossare i pantaloni, quando usciva per andare al lavoro, e questo provocava un certo scompiglio in ufficio. Suo malgrado era stato costretto a fare sempre attenzione ad indossare qualcosa che le coprisse, quando andava a lavorare. - Che seccatura, maledetti mentecatti. -
Le sue, ormai inutili, gambe erano dimagrite. Erano diventate nient’altro che lunghe ossa con ancora attaccato qualche muscolo striminzito e ricoperte da un teso strato di pelle. Solitamente, Severo, evitava di posare lo sguardo su di esse, ma le poche volte che gli capitava o che era costretto a farlo, non poteva celare un moto di disgusto per quelle ingombranti appendici.
Pensava ancora molto spesso alla sua donna, la sua ossessione. Colei che lo aveva strappato da una piatta vita, vissuta ad un metro e settanta di altezza, per portarlo ai rivelatori sessanta centimetri dal suolo. - Aspettami amore, ormai sono pronto! Sarò tuo, e tu sarai mia, e ci terremo mano nella mano mentre percorreremo insieme le strade della vita! Mia salvatrice, mia rivelazione, mia signora!-
Con questi pensieri, giorno dopo giorno, Severo viveva la sua vita, illuminata dall’assenza delle gambe. Ma più il tempo passava e più la sensazione che qualcosa ancora non fosse del tutto sistemato, diventava forte. Le giornate iniziarono a diventare piatte, insoddisfacenti. Severo era di umore sempre più cupo e i giorni in cui saltava il lavoro e se ne stava immobile a letto diventarono sempre più frequenti, finché un giorno smise del tutto di lavorare.
Passava le giornate in una quieta astenia, sdraiato nel letto, mangiando saltuariamente e diventando sempre più affranto.
Finché un giorno, scendendo dal letto perché vinto dai morsi della fame, ebbe la rivelazione definitiva.
Nell’avviarsi, sulle mani, verso la porta della camera si sentì improvvisamente bloccato da qualcosa. Più tirava per avvicinarsi alla porta, più si rendeva conto di non potersi spostare.
Girandosi per individuare la causa del fenomeno, vide il problema: il suo piede sinistro, attaccato a quella che ormai non poteva più definirsi una gamba, per lo stato di degrado che aveva raggiunto, si era impigliato nelle lenzuola, che avevano stretto una sorta di cappio intorno ad esso, impedendogli così di muoversi. Non se ne era accorto, perché ormai la parte inferiore del suo corpo aveva una scarsa sensibilità e comunque la sua mente distorta aveva già provveduto ad escluderla dalla coscienza.
La verità della rivelazione lo colpì allo stomaco, come un maglio colpisce il ferro incandescente. C’era ancora una cosa, anzi due, che lo rendevano incompleto, nella sua stereotipata completezza: quelle odiose gambe.
Febbricitante nell’eccitazione, liberò velocemente il piede dalle lenzuola e si diresse più veloce che poteva, strisciando, verso la cucina. Lì, aprì ferocemente tutti i cassetti, che in una sarabanda di coltelli, forchette, e altri ameni utensili da cucina, volarono con fragore sul pavimento. Cercò freneticamente, tagliandosi più volte le mani, in quell’orgia di acciaio, l’oggetto del suo sfrenato desiderio e dopo pochi minuti lo trovò. Una lucente mannaia, creata apposta per disossare la carne. I suoi occhi si illuminarono.


Il cadavere di Severo Scorcioni fu ritrovato qualche giorno dopo dalla sua vicina, una graziosa ragazza di circa trent’anni, che aveva suonato alla porta per consegnare della posta che aveva erroneamente trovato nella sua casella. La ragazza, preoccupata dagli odori nauseabondi che filtravano dalla porta, aveva chiamato i pompieri e l’ambulanza, temendo che potesse essere successo qualcosa di brutto al suo caro, gentile, vicino.
I giornali parlarono del suo strano caso. Un uomo, un brav’uomo, ritrovato cadavere in cucina. Le gambe, gravemente compromesse, recise all’altezza dell’inguine a colpi di mannaia, che il cadavere stringeva ancora in mano. Negli occhi, il vuoto. Sulla bocca, un sorriso estatico.
Sulla sua tomba scrissero: “Qui giace Severo Scorcioni. Trovò la pace nel mezzo.”

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