sabato 19 febbraio 2011

Scusa il cazzo.

Accesi la sigaretta con un fiammifero.
Sul tavolo c’era un buon numero di accendini, ma non mi importava. Avevo voglia di usare un fiammifero. Le sigarette accese così hanno tutto un altro sapore. Sanno dei bei tempi, quelli andati da sempre e per sempre, in cui la birra costava poco e potevi sempre trovare qualcuno disposto ad offrirtene una, in cambio della tua storia, di due chiacchiere o semplicemente di due cazzotti in amicizia.
Bei tempi, anche se non li hai mai vissuti. Piano piano tutti i ricordi assumono un vena romantica e malinconica, persino i più brutti. Soprattutto i peggiori. Perché solo quando sei nella merda fino al collo sei vivo. Magari sul momento non te ne rendi conto, ma quando ti guardi alle spalle te ne accorgi, e vorresti tornare indietro.
Ma si sa, è una cosa che non si può fare. Allora la soluzione è semplice: è sufficiente crearsi altri momenti orribili, sperando di sopravvivere ancora una volta.
Da questo punto di vista abbiamo una considerevole fortuna, la vita i momenti brutti non ce li risparmia, è fin troppo generosa.
Avevo una bottiglia di whisky nel cassetto vicino al letto, ancora piena per metà. Per certe cose preferisco una visione ottimistica. Era robaccia da due soldi, uno sciogli-budella che non risparmiava niente a nessuno. Ne assaggiai un goccio e riposi la bottiglia, disgustato, dove l’avevo presa. Mi sedetti alla scrivania e il gatto mi saltò sulle gambe, iniziando a saggiarne la consistenza con le zampe ed emettendo un soffuso brontolio di piacere.
Presi il tabacco e feci un’altra sigaretta a mano. Pensandoci bene non era poi così male quel whisky. Forse potrei berne un altro po’, pensai. Dopo tutto lasciarlo lì a marcire non gioverebbe a nessuno, sarebbe quasi un affronto a chi non può averne. Ma sì, al diavolo!
Feci scendere bruscamente il gatto dalle mie gambe, che ormai aveva eletto a suo giaciglio, e una volta a terra mi guardò piegando la testa da un lato. Un soffice rimprovero. Spostai i vestiti che impedivano l’accesso al cassetto, lo aprii, e presi la bottiglia soppesandola e osservandola scettico.
“Al diavolo.” Dissi a bassa voce.
Ne trangugiai una bella sorsata evitando, per quanto possibile, di assaporarlo e cercando di farlo scendere direttamente giù per la gola. Diedi subito una generosa boccata alla sigaretta, giusto per addolcire la pillola. L’acido del whisky e l’aroma del tabacco si mescolarono creando la loro particolare alchimia. Disgusto e sollievo.
Tornai a sedermi, questa volta con la bottiglia in grembo. La sigaretta sempre nella mano destra. Mi misi a fissare il muro davanti a me. Ogni tanto sentivo una macchina sfrecciare giù per la strada. Avrei voluto mettermi a guardare dalla finestra, per osservare la notte e i suoi demoni.
Una finestra l’avevo, ma guardare fuori sarebbe stato inutile. Lo sforzo per osservare la strada era notevole e comunque ne avrei intravisto solo un piccolo pezzo. Ero fottutamente prigioniero del cortile del mio palazzo. Dannato.
Ma chi se ne importa? Dopo tutto il mondo non è così interessante. Tutte cose già viste e riviste e questo quartiere è troppo tranquillo perché succeda qualcosa di veramente interessante. Così almeno giustificavo il mio desiderio insoddisfatto.
Proprio in quel momento, da fuori, giunse il cinguettare di un uccello. Mi fece imbestialire. Doveva evidentemente essere un povero volatile confuso per permettersi di cinguettare a quell’ora. Vattene, dannatissimo pennuto, questa è la mia ora, non la tua! Tornatene nel tuo maledetto nido di sterpi, e restaci! Fuori fa freddo e non è il caso che ti scomodi. Ovviamente non mi diede ascolto.
Decisi di berci sopra, ma questa volta la brodaglia mi tradì. Iniziai a tossire convulsamente, sputando ovunque, sentendo lo stomaco che si contorceva cercando di liberarsi da ciò che gli avevo appena imposto di digerire. Bestemmiai violentemente, mentre mi riprendevo dall’accesso di tosse.
“Bella merda!” esclamai prima di dare un altro tiro rigenerante alla sigaretta.


I giorni si susseguono tutti uguali, quando non hai niente con cui occupare il tuo tempo. Sono tutti uguali anche quando hai un lavoro che ti occupa la maggior parte della giornata. Ogni giorno è esattamente uguale al precedente e al suo successivo.
Stronzate? Probabile.
La verità sta nel mezzo, lo sanno anche i muri. Quindi fatevene una ragione. Io sto provando a farmi la mia, giorno uguale dopo giorno uguale.
Da qualche settimana passavo le giornate seduto alla mia scrivania, a guardare la vita che mi scorreva tutto intorno, a sentirne i rumori e le voci come se mi trovassi dentro un bolla che lasciava passare tutto. E tuttavia mi sentivo isolato e sospeso dal vorticoso proseguimento delle vicende altrui.
Vivevo su questa sedia, con il mal di schiena che aumentava ogni giorno, solo per aspettare la sera e ubriacarmi con la complicità del buio. Nessuno che potesse, o volesse, farmi compagnia? Non c’era problema, ero perfettamente attrezzato per affrontare un buon numero di sbronze solitarie, che a volte si rivelavano pure le migliori.
Quindi giungeva la sera e iniziavo a bere. Vivevo con i miei genitori e loro rispettavano la mia privacy quando me ne stavo chiuso nella mia stanza, seduto alla scrivania. Bevevo per affogare tante cose, dolori, delusioni, frustrazioni e i sensi di colpa per aver passato una giornata a combinare un bel niente. Ma soprattutto bevevo perché mi piaceva farlo. I miei genitori non se ne accorgevano o più probabilmente non volevano rendersene conto. Mi chiedevo quanto potesse durare una situazione del genere.
Ero giovane eppure sentivo che la mia vita stava scivolando via senza un controllo e le poche volte che provavo a riprendere le redini i cavalli ormai andavano a briglia sciolta e troppo velocemente perché riuscissi a domarli. Era un sensazione orribile, di inesorabile sopraffazione. Ero spaventato da una sola cosa: il momento in cui avrei dovuto decidere che cosa fare della mia vita, per evitare di andare definitivamente alla deriva senza una dannatissima bussola.


Un giorno dovetti accompagnare mio padre dall’avvocato, per un qualche casino che era successo. L’appuntamento era alle sei e mezza di sera. Fuori era già buio e non pioveva, anche se tutto lasciava intendere che avrebbe iniziato di lì a poco. In macchina si sentiva puzza di gasolio ogni volta che ci fermavamo. Un problema alla pompa del carburante, viti allentate o robe del genere. Mi piaceva sentire quell’odore, donava alla situazione un tocco di cruda realtà.
Mentre mio padre guidava e parlava, percorrendo le strade intasate dal traffico dell’ora di punta, iniziai ad arrotolarmi una sigaretta.
“Non avrai intenzione di fumare nella mia macchina, vero?” domandò mio padre, spostando l’attenzione dalla strada su di me. “Non mi piace sentire odore di fumo in macchina.”
“Non sentirai un bel niente” risposi. “Hai mai sentito puzza di cicca nella mia macchina? Non credo proprio, eppure ci fumo in continuazione. Basta aprire il finestrino.”
Abbassai il finestrino di tre dita e mi accesi la sigaretta. Era venuta particolarmente male, colpa di tutte le dannatissime buche che c’erano nelle strade, per non parlare degli stramaledetti dossi artificiali.
Arrivati a destinazione fummo ricevuti subito. Una volta sbrigate le faccende per cui eravamo lì, mio padre si mise a parlare del più e del meno. Io volevo solo andarmene, volevo un bicchiere di vino. Una bottiglia di vino.
Nell’uscire dall’ufficio guardai l’orologio, le sette e un quarto, e pensai a quella donna, l’avvocato. Dodici ore al giorno di lavoro. Al mattino udienze e dal pomeriggio alla sera appuntamenti con clienti. Cinque giorni la settimana. Mi sembrava di sentire le fredde dita della morte stringersi al mio polso. Potevo vedere le sue fredde estremità aleggiare minacciose sull’intera umanità. Si avvicinavano, ogni istante di più. Come può chiamarsi vita, spendere dodici ore al giorno lavorando? Non riuscivo a spiegarmelo. Risolsi la questione dicendomi che non ero altro che uno scansafatiche senza grandi prospettive per il futuro.
Sulla strada del ritorno mi feci lasciare, da mio padre, vicino ad un bar, dicendogli che aspettavo degli amici per un aperitivo. Non era vero. Quando se ne andò, entrai.
La gente all’interno mi guardò come se fossi un pezzente. Io li guardai sfidandoli tutti, uno ad uno. Nessuno si fece avanti. Prevedibile.
Andai a sedermi ad un tavolo, nella saletta in fondo al locale. Era un posto tutto tirato a lucido, ma inspiegabilmente il vino non costava troppo. Osservai un po’ le persone che sedevano agli altri tavoli. Gruppetti di ragazzine sui vent’anni, molto alla moda, molto chic, molto morte. Qualche coppia più avanti con l’età. Ero l’unico che sedeva da solo ma, se vogliamo parlare di primati, ero anche l’unico a possedere un’anima, lì dentro.
Dopo il terzo bicchiere di vino rosso, arrotolai una sigaretta e l’accesi. Tutte le teste si voltarono di scatto. Il rumore di tutti quei colli torti fu assordante. Forse si fermò anche la musica, ma non ne sono certo. Mi fissavano, alcuni stupiti, alcuni stupidi, alcuni rabbiosi. Non capivo, ma a quanto pare doveva esserci qualcosa di molto interessante in me. I dubbi furono sciolti dall’intervento di una cameriera.
“Mi scusi, ma qui dentro è vietato fumare. Se vuole può andare fuori, le terrò il tavolo.” Disse un po’ imbarazzata.
“Oh cazzo! Sa com’è... la forza dell’abitudine.” Sorrisi. “Mi scusi anche per il cazzo!”
Spensi la sigaretta e ordinai un altro bicchiere di vino.
Era proprio così: la vita mi stava scivolando via, come il vino mi scivolava nelle budella. Non era poi così male.

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