domenica 9 gennaio 2011

Soltanto parole.

Le festività natalizie hanno il magico dono di cambiare di sapore mano a mano che l’età avanza e la vita ci consuma. E posseggono anche la straordinaria capacità di avere tutti i gusti e nessuno.
A Natale siamo tutti più buoni. Così possiamo essere più malvagi nel corso di tutto il resto dell’anno; molto scaltro, molto comodo. A Natale siamo tutti più ipocriti.
Ma l’ipocrisia è il sale della vita, no? Pensateci bene, cosa sarebbe una vita senza di lei? Saremmo decisamente meno liberi di agire di quanto non lo siamo adesso. L’ipocrisia è la condizione senza la quale il libero arbitrio non potrebbe essere esercitato.
Per fortuna siamo tutti ipocriti, chi a livelli professionali, chi solo a livello amatoriale e quindi possiamo affermare, con la sicurezza dei giusti, che siamo tutti liberi come l’aria della quale le nostre ipocrisie sono fatte.
Siccome non sono mai stato uno che ama predicare bene e razzolare male, ho deciso di lasciarmi pervadere totalmente dalla mia rinnovata nozione di clima natalizio. Ho diritto di sentirmi libero anche io, ho pensato. E come pensavo, una volta superati gli antichi timori, ho scoperto che sentirsi “liberi” nell’accezione che vi ho descritto poco fa è tutt’altro che sgradevole, sebbene sia tutt’altro che onesto. Ma parliamoci chiaro, l’onestà è una forzatura dell’animo umano, un tentativo troppo nobile di nobilitazione perché possa attecchire alle pareti della nostra essenza.
Squilla il telefono, si torna alla realtà del mio rinnovato libero arbitrio.
“Pronto” biascicai sulla cornetta. “Chi è?”
Sono sempre stato una persona piuttosto curiosa, ma questa volta davvero non ne avevo voglia. Non mancava la voglia di sapere chi mi stesse cercando, mancava proprio la Voglia. Capita a tutti e non è niente di troppo negativo, semplicemente fisiologico.
“Sono io Adam, andiamo a berci qualcosa?” rispose energica la voce all’altro capo del filo. “Vestiti e scendi, ti aspetto al solito posto. Se sto chiuso in casa altri cinque minuti potrei anche dar di matto.” Riattaccò.
A questo punto penso di dovervi almeno un paio di spiegazioni, altrimenti la storia, senza una valida rosa di soggetti fra i quali districarsi, potrebbe farsi troppo ingarbugliata.
Cominciamo col chiarire chi è Io, cioè il mio fantomatico interlocutore.
Io altri non è che Edo, il mio migliore amico ormai da tanti anni. La nostra non è un’amicizia nata sui banchi di scuola o nello stesso quartiere. Non è nemmeno un’amicizia tanto stagionata. Per quanto sei anni nell’arco di ventiquattro riempiano un bel quarto tondo, non si può certo dire che siano un’infinità. Eppure è una di quelle amicizie che nasce per caso e che sembra quasi che non potesse non accadere. Un’intesa che va oltre il fattore temporale.
Certo, queste cose fra maschi non si dicono, si sa, fa tutto parte del grande disegno delle ipocrisie che ci permettono di vivere meglio.
Queste cose, fra uomini, si sanno e basta, fanno parte di un tacito accordo sulla non proliferazione delle emozioni; il segreto di pulcinella che però non lascia spazio a pulci nelle orecchie.
Quindi questo era Edo, all’anagrafe Edoardo Corrieri, e mi aveva appena dato un appuntamento che non si poteva rifiutare, proprio come era nel suo stile. D’altra parte gli appuntamenti non si rifiutano, semmai si cerca di sfuggirvi. Ma a me piacciono, riservano sempre qualche sorpresa.
Il luogo dell’incontro era il solito, un bar poco distante da dove abitavo io, cioè nella zona industriale est della città. Uno di quei locali fumosi e che danno l’idea di non essere mai troppo puliti, con un’infinità di cianfrusaglie attaccate ai muri da così tanto tempo che probabilmente ormai avevano finito per diventarne i tasselli portanti. Togline uno e addio parete, e con tutta probabilità addio locale.
Una volta riappeso il telefono mi rigirai ancora qualche minuto nel letto, giusto per far passare la coda dei pensieri che erano stati interrotti dalla chiamata. Afferrai la bottiglia di birra della sera prima, appoggiata sul comodino, nella quale erano rimaste due dita di liquido giallo innaturalmente privo di bollicine e cercando di non pensare al gusto bevvi.
Mi alzai per darmi una sistemata e vestirmi. Va bene che non era un appuntamento galante, ma essere troppo trasandato non mi era mai piaciuto. Accesi una sigaretta e iniziai a darmi una lavata veloce, mi vestii e mi diressi verso la porta. Una volta uscito la chiusi a chiave assicurandomi di averlo fatto bene, buttai la sigaretta ormai finita giù dalle scale, sulla strada, e mi incamminai verso il bar. A piedi ci avrei impiegato non più di dieci minuti.


Nonostante fossero ormai le sei di sera, e dicembre giungesse ormai alla fine, non c’era troppo freddo fuori. Il mio cappotto, aiutato soltanto da un maglione e da una sciarpa, poteva reggere tranquillamente la sfida dell’inverno. Non so voi, ma a me provoca parecchia soddisfazione riuscire a mantenere un certo stile, anche a basse temperature. L’abito non fa il monaco soltanto perché non può prendere i voti.
La zona era deserta, si vede che anche crimini e devianze si prendono il loro periodo di meritato riposo. Accesi un’altra sigaretta e assaporai il fumo caldo che entrava dentro di me, opportunamente appesantito dall’aria fredda e umida della sera. La nebbiolina bastarda che mi aleggiava intorno aveva il pregio di rendere più sostanziosa ogni singola boccata.
Rumori che provenivano dalle gallerie che si snodavano fra un capannone deserto e l’altro, sbuffi di fumo che uscivano da improbabili tombini intasati, facevano da sfondo alla mia passeggiata verso il locale. Poesia, orrore, romanticismo e agonia che si mescolavano in una pasta resa densa e collosa dalla nebbia che cercava di penetrare le anime dei viaggiatori. Avrei potuto accelerare il passo, ma ormai ero troppo abituato a quell’atmosfera per sentirmi preoccupato di qualcosa. Continuai a camminare fumando e godendo dell’aria densa di acqua e disperazione.
Arrivai davanti all’entrata del locale e rimasi lì a finire la mia sigaretta, avvolto nel cono di luce che proiettava l’insegna sopra la porta. Avrei anche potuto fumare dentro, ma preferivo così.
Entrai nel locale e fui accolto dal solito aroma di posacenere sporco e sigarette mai spente, che aveva malauguratamente lasciato bruciare il filtro emettendo neri fumi catramosi.
La musica in sottofondo era bassa, come d’altra parte richiedeva il suo ruolo. Era ancora presto per alzare il volume e lasciare spazio a una forzata ilarità generale. Questa era piuttosto l’ora dei pensieri, dei ripensamenti e dei rimpianti. L’ora della febbre dell’anima, una timida linea di troppo sul termometro della nostra esistenza.
I clienti erano pochi, per lo più gente smarrita o che non aveva di meglio da fare che smarrirsi. Tuttavia pensai che in un certo qual modo quei pochi disperati che si trovavano lì potevano permettersi di disperarsi. Esiste anche chi vorrebbe lasciarsi andare a una quieta rassegnazione, ma non può permetterselo. Decisamente peggio della disperazione vera e propria.
Edo mi aspettava in fondo al locale, nel solito tavolo che ero abituato a conquistare quando le circostanze, o un qualche nuovo inesperto avventore, me lo permettevano. Lo salutai, ma non mi vide, era troppo impegnato a decifrare chissà quale incisione sul tavolaccio di legno. Prima di dirigermi verso di lui, comunque, decisi di prendermi da bere almeno due birre. Non so perché, ma avevo la netta sensazione che quella sarebbe stata una lunga chiacchierata e quindi avrei avuto bisogno di munizioni e ricariche.
Avrei scambiato volentieri qualche parola anche col proprietario, ma decisamente lui non era dello stesso avviso e me lo fece intendere a suon di grugniti molto poco invitanti eppure fin troppo eloquenti.
Con la cartuccera piena e il colpo in canna mi diressi verso il mio amico, seduto al mio tavolo, nel mio locale preferito. Un’orgia di egocentrismo, insomma. Edo parve accorgersi di me solo nel momento in cui mi sedetti e posai le birre davanti a lui.
Alzò lo sguardo su di me e mi sorrise sicuro.
“Ci hai messo una vita ad arrivare.” Disse, sempre sorridendo.
“Non esagerare adesso, lo sai che ero ancora inerte nel letto. Ci avrò impiegato dieci minuti al massimo.” Sapevo che in realtà di tempo ne avevo speso molto di più, ma d’altra parte non avevamo stabilito un orario e comunque sapevo che a Edo non importava veramente aspettare. Non quando si trattava di me almeno.
“Ero già qui fuori quando ti ho chiamato, non ero in casa, anche se ti avevo detto il contrario. In verità starmene chiuso fra quelle quattro mura mi stava facendo ammattire davvero, però non ero sicuro di voler compagnia.”
“Hai fatto bene a chiamarmi, rischiavo di morire di accidia nel letto per l’ennesima volta. Credimi, non è una bella morte.”
Dopo i primi convenevoli era calato il silenzio, un sacro silenzio provocato dalla nostra attenzione che ora era tutta rivolta alle birre che ci stavamo scolando.
Decisi, sacrilego, di rompere il santo silenzio.
“È successo qualcosa di particolare? Mi sembri un po’ abbattuto.” Domandai e giudicai.
“Niente di troppo nuovo. Solo una giornata in cui mi sono trovato a fare i conti con me stesso, senza calcolatrice.” Rispose serafico.
Era forte lui, ogni tanto se ne usciva con delle frasi veramente evocative, nella loro semplicità.
“Io e te abbiamo sempre parlato tanto, di tutto, Edo. Abbiamo condiviso esperienze di quasi ogni tipo e anche di quelle abbiamo sempre parlato. Per cosa? Per imparare dagli sbagli, per cercare di tirare fuori il meglio dalle situazioni future o magari solo per raccontarci le cose nel modo che ci piaceva di più, senza badare che la realtà potesse essere diversa. Ma alla fine erano soltanto parole, suoni ammaestrati per domare le nostre ansie e modellare la nostra visione della vita, solo per farci sentire meno dolore possibile. Parole anestetiche, ben assortite come se seguissimo l’antica e millenaria ricetta non scritta della perfetta ipocrisia. Parole per non morire nel silenzio assordante della nostra condizione.” Dissi.
Edo non mi guardava, mentre gli parlavo, continuava a grattare ostinatamente una scritta incisa sul tavolo, probabilmente da una penna usata come spada.
“Allora beviamo, amico mio” proseguii. “Beviamo e parliamo. Saranno pur soltanto parole, ma è ciò che di meglio possiamo fare per convincerci che sopravvivere non è poi così difficile come sembra.”
Il volume della musica iniziò ad aumentare, così come la nube di fumo dentro il locale, quasi a voler soffocare il rumore crescente delle parole di quella strana e tormentata umanità che condivideva da sempre gli stessi nauseanti problemi esistenziali.
Continuammo a parlare, tutti, cibandoci dell’aria di cui erano fatte le nostre parole, dandoci così l’illusione di poter ancora respirare.

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