Trovai la calma in una sera di Gennaio, circa un anno fa. Probabilmente ero sbronzo e le probabilità erano veramente alte perché in quel periodo difficilmente non lo ero. Lo sarei anche adesso se cause di forza maggiore non me lo stessero impedendo.
Ricordo che mi trovavo nel solito locale, il Ghiozzo, con la solita cricca che infestava e infesta tuttora il posto. Poi c'erano i miei amici, chi più chi meno, e la nebbia di decine di sigarette che svettavano, impavide e sprezzanti della legge, fra le labbra socchiuse di decine di clienti più o meno raccomandabili.
Era comunque il periodo del "divieto di fumo", che consisteva nella bizzarra regola che imponeva di andare a fumare all'ingresso vicino alla porta e vietava di godersi le sigarette stravaccati al tavolo o, perché no, sul pavimento lercio del lordume di almeno un quarto di secolo. Regola tanto strana quanto lo era la persona che l’aveva imposta, ma di lei non voglio parlare. Non sarebbe interessante comunque.
Insomma ero lì e parlavo, più precisamente pontificavo urlando per sovrastare il volume della musica e delle idiozie che uscivano dalle bocche distorte della gente che mi circondava, col mio bicchiere di sambuca nella mano sinistra e la sigaretta nella mano destra. Qualche parola, un sorso, una boccata di fumo e via discorrendo. Fu mentre ascoltavo non so quale discorso di uno di quelli che erano con me quella sera, che realizzai che avevo trovato la calma. Ero tranquillo, mediamente sbronzo e tutto sommato soddisfatto.
“...o no, Adam?” sentii in sottofondo.
“Che cosa?” domandai rimettendo a fuoco i soggetti vicino a me.
“Ma stavi ascoltando almeno?” disse Francesco ridendo. “Inizi un discorso, una filippica mai vista, e poi non ascolti le risposte?”
“Immagino che la bubba stia facendo effetto.” Dissi guardando il bicchiere di sambuca che stringevo nella mano sinistra. “Be’ comunque sia non mi ricordo nemmeno dove volevo arrivare, lascia fare!”
Francesco borbottò qualcosa che non capii e si lanciò in un brindisi che ebbe scarso seguito. Non si era accorto che l’unico ad avere un bicchiere ero io, nemmeno lui stava più bevendo.
Certo c’erano, e ci sono, mille problemi. L’università, che prima o poi va finita. Un cuore infranto i cui pezzi faticavano a stare insieme, probabilmente perché l’alcool non possiede delle grandi capacità adesive. I soldi. Averne non rende felici. Non averne non facilita le cose. Il rapporto con i miei genitori e via di questo passo. Le solite cose insomma. Ma io avevo trovato una sorta di equilibrio, per quanto distorto potesse sembrare.
Ero senza una donna, una da amare almeno, ma andava bene così. Il pericolo che i miei sentimenti potessero venire calpestati di nuovo, in quel modo, non sussisteva. E poi, parliamoci chiaro, ero libero! Niente più remore nel guardare una donna e fantasticare su tutte le posizioni alle quali avrei potuto sottoporla o nell’immaginare che espressione dovesse assumere nel momento dell’amplesso. Ero un uomo, ero sbronzo e il cazzo avrebbe funzionato a dovere se fosse stato necessario. Il nirvana dei poveri, di spirito.
A distanza di un anno i ricordi non sono nitidi. Fiumi di alcool e fumi di varia natura non hanno certo aiutato le immagini a mettere radici nella mia testa. Però le sensazioni, quelle sono rimaste. Vivide come se le avessi provate ieri. No, ma che dico? Come se le avessi provate cinque minuti fa. Come se le stessi ancora provando.
Entrai nel locale, sovrappensiero, e urtai contro un tipo pelato, che si girò verso di me, rivolgendomi uno sguardo bovino.
“Scusa, non ti avevo visto.”
“Fottiti.” Rispose laconico.
Abbozzai un sorriso e proseguii per la mia strada. Che simpatico ragazzo. Sussurrai un augurio di morte violenta.
Avete fatto caso al fatto che, per quanto orribile possa essere stato un certo periodo della nostra vita, ci torneremmo subito, per viverlo continuamente, nel momento in cui realizziamo che niente è andato migliorando, come speravamo quando eravamo nei guai? Singolare, no? Ci ho riflettuto spesso e la spiegazione penso che sia piuttosto semplice. Quando stiamo male e quindi stiamo attraversando un brutto periodo, l’unica cosa che ci fa andare avanti e ci impedisce di porre fine in maniera coatta alla nostra vita è la speranza. Se parlare di speranza vi mette in soggezione, allora chiamatela istinto di sopravvivenza. Comunque sia, noi tiriamo avanti nelle difficoltà perché vogliamo credere che così facendo, prima o poi, le cose miglioreranno e quindi arrendersi non è la cosa giusta da fare.
Tutto molto giusto. Ma cosa succede quando, a distanza di tempo di accorgiamo che le cose non sono migliorate affatto? Cosa succede quando la spirale discendente in cui eravamo incappati continua a scendere e non sembra volerci fare intravedere la fine? Succede che, dopo l’iniziale senso di essere stati chiavati nel culo, iniziamo a desiderare di tornare a vivere persino i nostri momenti più brutti. Perché in quei momenti la nostra speranza non era stata ancora stuprata dalla vita. In quei momenti ci sentivamo realmente vivi.
Ecco quello che succede ed ecco spiegato il malato desiderio di tornare a vivere un periodo orribile della nostra vita. Desiderare di tornare ad un periodo felice sarebbe noioso. L’uomo è fatto per soffrire, patire il dolore, e sopportare. Allora sopportiamo! Cosa volete che vi dica? Ma cosa vuoi saperne tu, Adam?
Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Piangere sul latte versato è inutile.
In poche parole: se sei un cartone del latte e inciampando hai rovesciato il contenuto, non piangere. Sei fottuto.
Mi appoggiai al bancone e aspirai forte dalla sigaretta. Il posto, per fortuna, era sempre lo stesso. Cambiare la disposizione dei tavoli e di qualche parete non aveva cambiato la sua essenza.
Ah! Adamo, tu sì che sai svelare i misteri che la vita ti sottopone! Dovresti scrivere un libro, tenere dei discorsi, far sentire la tua voce e lasciare che il tuo pensiero sia libero di contaminare la massa dei poveri di spirito che quotidianamente escono dalle proprie case per infestare il mondo. Che bruttura, le orrende colonne di automi a base di carbonio che sfilano sotto i tuoi occhi di lettore attento delle pagine della vita.
Povere creature nate in avanzato stato di decomposizione, che tentano per tutta la loro esistenza di mascherare le cicatrici della morte utilizzando i trucchi più appariscenti e alla moda, senza accorgersi che non fanno altro che esaltare l’odore e i segni indelebili della putrefazione.
Ma tu sei diverso, vero Adam? Caro Adam! Tu sei nato per ambire a più alte sfere e luminosi orizzonti. Tu non cadrai mai nella trappola della meschinità che ogni giorno quei poveri ciechi tendono sulla tua via. Tu sei furbo, Adam!
Guardati in giro. Vedi? Quell’uomo, sì, quello seduto alla slot machine. Osservalo bene, rapito, annientato, svuotato da una insaziabile e menzognera fame di guadagno facile e pulito.
Guarda quella ragazza, bionda, accuratamente trasandata e scientemente ubriaca che usa ogni mezzo per attirare l’attenzione e ottenere anche solo una briciola del calore umano che non ha mai avuto la beatitudine di provare. Disposta ad aprire con facilità le gambe per lasciare che una colata del caldo, bianco, fluido dell’amore le scaldi per qualche minuto le viscere gelide. Tu invece Adam lo sai cosa vuol dire. Sei talmente pieno di calore umano che potresti ustionare chi ti si avvicina. Potresti esplodere da un momento all’altro. Attenzione! È arrivato Adamo Martini, potrebbe esplodere da un momento all’altro, tutti a terra!
Però nessuno sembrava allarmato. Nessuna scena di isteria e nessun gruppo di persone raccolte in preghiera perché consce che la fine era imminente e ineluttabile. Rimasi un po’ deluso. Non possono rendersene conto.
Cercano il calore umano, cercano anime piene di vita come poveri cani nati privi dei cinque sensi fondamentali. Vagano nel buio, nel silenzio, nell’assenza di odori, di gusto e di materia.
Tanto meglio per me, non mi va di essere braccato.
“Rob, fammi un bel vodka-martini ghiacciato.” Dissi al barista. “Sono io, oppure qua dentro si scoppia di caldo?”
Diedi un’occhiata in giro. Indossavano tutti sciarpa e cappotto.
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