lunedì 20 dicembre 2010

Cadere nel buio.

Camminavo per la strada, nel sole pallido di un autunno inclemente, e pensavo a tutto ciò che era successo nei giorni appena trascorsi. Il sole anemico mi ricopriva, del tutto indifferente, e i suoi raggi stanchi non riuscivano a scaldare le fredde estremità della mia anima ferita e sanguinante. Troppi colpi aveva subito. Troppi affondi e troppo profondi, per sperare che tutto potesse essere lenito dal sonnolento tepore di un sole malato.
Mio caro Adam, hai sempre affrontato gli avvenimenti con compiaciuta e languida destrezza. Cosa ti succede? Ti stai davvero trasformando nella nera pietra senza emozioni che avevi giurato non saresti mai diventato?
Adamo Martini, grande artista, scrittore e musicista, anima illuminata, che ora vaga per la città inerte, solo e sconsolato, chiedendosi che cosa mai gli stia succedendo. Sei proprio un grand’uomo!
Tutta colpa della società moderna, c’è poco da fare. No, c’è poco da prendersi in giro, invece. Società moderne, antiche, sono tutte uguali. Commettono sempre gli stessi errori, le stesse mediocrità, e non imparano mai. Non vale nemmeno la pena di provare a giustificarsi attraverso l’eterna decadenza dell’umanità. Sembra solo il patetico tentativo di un bambino che, sorpreso con le mani nella marmellata, prova a discolparsi.
Arriva un punto della nostra vita in cui dovremmo decidere che cosa fare del nostro futuro. La maggior parte delle persone sente arrivare questo momento e si limita a prendere il treno al volo, assicurandosi così un bel posticino comodo e caldo in cui passare il resto dei proprio giorni, beatamente. Ma questo treno io, Adam il grande esperto conoscitore del mondo e della vita, non l’ho nemmeno sentito arrivare. Bel colpo vero?
Facciamo il punto della situazione: Adamo Martini, di anni ventiquattro, nullafacente patentato, con prospettive molto confuse per il suo avvenire. Attitudini? Tante. Talenti? Zero. Carisma? Devo averlo perso da qualche parte, in una nottata di delirio etilico, perché la gente fa di tutto, ma di certo non mi ascolta. Storie d’amore? Ufficialmente una. Ufficiosamente infinite, dato che mi innamoro ogni cinque minuti, quando cammino per strada.
Sicuramente non mi sono di aiuto: aiutati, che Dio ti aiuta. Così dicono.
Ma il buon Dio, se c’è, ha sicuramente di meglio da fare: se io fossi Dio avrei sicuramente un sacco di hobby divertentissimi. Oppure è un gran figlio di buona donna e se la ride con il suo bel sacchetto di popcorn in mano, mentre noi affoghiamo nelle pozzanghere delle nostre miserie e i più ingenui si fanno abbindolare da un povero vecchietto vestito di bianco, che sostiene di portare avanti la volontà di Grande Capo Barbalunga. Che razza di risate che deve farsi il buon Dio. Ho proprio voglia di farmi una bella preghiera adesso. Sì sì. Grande Capo, sono sicuro che non te la prenderai troppo, in fondo hai senso dell’umorismo tu. Mi feci una risata solitaria pensando a ciò che la mia mente aveva appena partorito.
I negozi mi sfilavano di fianco mentre continuavo la mia catartica passeggiata verso il nulla e così mi sfilavano di fianco le case e le persone, con i loro pensieri e problemi. Le strade della città, della mia città, sanno essere veramente accoglienti a volte e quest’oggi lo erano. Non era il clima, e nemmeno il periodo prenatalizio, piuttosto era la luce che trasudava dei negozi e dalle abitazioni e raramente anche dagli occhi di una persona, a rendere tutto più confortevole.
I miei occhi si spostavano da un soggetto all’altro, di quelli che condividevano la città con me, e non potevo fare a meno di associare i loro problemi ai miei. Non potevo fare a meno di domandarmi come le altre persone li affrontassero. Soprattutto nel momento in cui mi rendevo conto di non saper gestire i miei. Sarebbe tutto più semplice se fossi come uno di quegli eroi delle fiction americane, continuamente sommersi da una miriade di problemi, uno dopo l’altro, sempre più gravi, ma che tuttavia non perdono mai la calma e il controllo e sono sempre pronti a passare da un problema all’altro, con la semplicità con cui una scimmia salta di ramo in ramo. Sono stanco di tutte queste visioni distorte della vita, provocate dall’abuso incontrollato di quel dannatissimo buco nero colorato che è la televisione.
Pensieri piuttosto inutili in realtà: certe cose non si possono cambiare così facilmente e comunque non è nemmeno sicuro che cambiarle sia di una qualche utilità.
Impegolato in questi ingenui propositi da pseudo-rivoluzionario mi decisi ad entrare in un bar e prendere qualcosa da bere. Idea non troppo furba se consideriamo i prezzi che orgogliosamente sfoggiano i bar del centro, ma ogni tanto una botta di vita bisogna pure concedersela. Almeno così dicono: sicuramente viziarsi non è una cosa che si fa troppo mal volentieri.
Una cosa penso di poterla dire con una certa sicurezza: i bar, in qualsiasi città del mondo si trovino, sono grosso modo tutti uguali. Entri e un insolito quanto serigrafato barista, che sia uomo o donna, ti accoglie da dietro il bancone con indifferenza, mentre con un canovaccio che ha visto più orrori di una soldato della prima guerra mondiale, strofina ostinatamente e senza convinzione un bicchiere ormai talmente usurato che la trasparenza della sua gioventù è solo un pallido ricordo. Ti guardi in giro e la clientela, anche quella, è sempre della stessa tipologia: ci sono i vecchi, anagraficamente parlando, aficionados che se ne stanno in piedi al bancone a tracannare i loro bicchieri di vino, solitamente bianco; al tavolo, qualche disperato per le ragioni più diverse; e poi la clientela casuale, così come mi sentivo io in quel momento, che vagando sperduta per la città, ha pensato bene di entrare non certo per ricevere indicazioni, ma solo per provare se non il calore della compagnia almeno quello di una birra o un whisky a prezzi ridicolmente alti. Non riesco a fare a meno di sorridere pensando allo stereotipo del barista che ci viene propinato dalla televisione: figura angelicata e acuta osservatrice dell’umanità, contenitore incolmabile di antiche saggezze e orecchio sempre pronto a carpire le sofferenze di un cliente solo e stanco. Che il Grande Capo benedica tutti i falsi baristi d’America!
Mi sedetti a un tavolo, proprio come uno di quei disperati di cui vi parlavo poco fa. Chiamai la cameriera, una bella ma troppo seriosa ragazzina di vent’anni o poco meno, e le ordinai una birra alla spina e un bicchierino di sambuca. Faceva caldo lì dentro, molto caldo, così mi tolsi il cappotto e la sciarpa e mi appoggiai allo schienale della sedia mettendomi a fissare il soffitto in attesa che arrivassero le ordinazioni. Questo bar sembrava non voler abbandonare gli sfarzi degli anni Ottanta, seppure di sfarzoso lì dentro non ci fosse proprio nulla. Più che altro ti faceva ricordare con malinconia quel glorioso decennio attraverso tutto ciò che di più decadente lo stesso periodo aveva saputo offrire. Insegne al neon, rosse e blu, rese ormai irrimediabilmente opache dall’inesorabile scorrere del tempo, si stagliavano sulla vetrina e illuminavano timidamente l’asfalto del borgo sperduto nel quale il bar si trovava, saggiamente nascosto. Un angolo suburbano di decadente nostalgia metropolitana, un balsamo per occhi che tentano di fuggire l’angosciante vuoto estetico dei nostri giorni.
L’arrivo della birra mi distolse da questi pensieri, riportai lo sguardo alla realtà, facendo riabituare gli occhi, e sorrisi di sbieco alla cameriera che, come mi aspettavo, fece finta di servire un muro. Il contatto umano non era certo la sua attitudine più spiccata, ma sono certo che ne possedesse altre molto più interessanti.
Sebbene stessi fingendo di non essermi accorto di niente, c’era un vecchio malconcio e con la barba lunga che non aveva fatto altro che fissarmi da quando mi ero seduto al tavolo. Non che mi irritasse o preoccupasse più di tanto, ero di umore piuttosto rilassato, più che altro mi incuriosiva. Nonostante fosse sicuramente ubriaco, e di certo per lui non fosse una cosa nuova, la sua attenzione nei miei confronti pareva dettata da un vivo interesse più che da un delirio alcolico.
Decisi di iniziare a fissarlo di rimando, giusto ogni tanto, per fargli capire che avevo coscienza di essere l’oggetto della sua attenzione. Prima occhiata: nessun segno apprezzabile di attività cerebrale da parte sua. Magari mi sbagliavo, chissà...
Nel frattempo, all’entrata, la giovane cameriera senza espressioni stava ridendo a crepapelle per qualcosa che aveva appena detto un insulso tipo malvestito, che mentre cercava di rimorchiarsela teneva la porta del locale aperta, provocando brividi di freddo e rabbia alla maggior parte dei clienti del bar. Il tipico guscio vuoto, tutto palle, cazzo e palestra da trecento euro al mese. Un’angoscia su due gambe.
“Ehi splendido, perché non entri e chiudi quella dannatissima porta?” gli urlai da dove ero seduto.
Il tipo mi guardò un attimo interdetto e riprese a parlare con la cameriera, appoggiandosi con ancora più enfasi alla porta e scostandosi leggermente per fare entrare meglio l’aria gelida.
“ ‘sto stronzo” sussurrai. “Johnny bello, sul serio, c’è gente che ha freddo qui. Non fare lo stronzo e chiudi quella cazzo di porta. La signorina puoi continuare a lavorartela anche dentro, come una stracazzo di persona normale.”
Pensai che rincarando la dose con una giusta quantità di volgarità avrei ottenuto qualcosa, e così fu:
“Oh, fatti un po’ i cazzi tuoi? Fra qualche minuto me ne vado. E in ogni caso non mi chiamo Johnny, stronzo.” Rispose il mio nuovo amico.
Che soddisfazione, avevo toccato proprio i tasti giusti. Vedere il povero coglione rizzare le penne per non sfigurare di fronte alla pollastrella oggetto delle sue fantasie sessuali mi fece pensare a quanto siamo ingenui noi uomini. Mi misi a ridere fragorosamente.
“Sei proprio uno stronzo.” Dissi e tornai a concentrarmi sulle mie care, in senso letterale e sentimentale, bevande.
Evidentemente il mio nuovo amico aveva deciso che doveva dimostrare qualcosa alla bimba, perché iniziò a guardarmi minacciosamente e a ignorare le sue dolci parole. Lui non poteva saperlo, ma lo stavo controllando con la coda dell’occhio. Sono fin troppo bravo a riconoscere le teste di cazzo per non sapere che quella in particolare andava tenuta d’occhio.
“Dai lascialo perdere.” Sentii che diceva la ragazzina.
“Non preoccuparti, gli dico due parole e lo sistemo.” Rispose spavaldo il cavaliere senza macchia.
Si separò dalla sua preda e iniziò ad incamminarsi nella mia direzione. Per lo meno ora la porta era chiusa. Interessante come nessuno degli altri clienti del bar si fosse unito alla mia filantropica protesta, dopo tutto ero stato mosso da sincero altruismo. Vizi pubblici e private virtù. Ormai il cavaliere era arrivato al mio fianco e io, tanto maleducatamente quanto sarcasticamente, lo ignoravo continuando a bere la mia birra e a fissare il vecchio ubriacone che ora rideva sotto e sopra la sua barba millenaria.
Siccome la cameriera ci stava fissando ansiosa, decisi di approfittarne e ordinai il secondo giro di birra e sambuca. Sapevo che ne avrei avuto bisogno.
Seppur riluttante la ragazzina accettò il mio ordine, probabilmente contenta di avere una scusa che fosse fuori dal controllo del suo bello, per avvicinarsi a noi.
Il mio amico continuava a stare al mio fianco, aspettando che la sua insistenza attirasse la mia attenzione, facendomi voltare la testa. Ma io rimasi impassibile e rapito dal mio bicchiere ormai vuoto. Fu allora che lui fece ciò che io speravo, aggirò il tavolo e mi si parò davanti. Il suo sguardo esasperato e rabbioso aveva incrociato il mio, serafico e strafottente. Si protese in avanti sul tavolo, appoggiando le mani ai due lati, e continuò a guardarmi fisso.
“Che problema hai tu?” mi chiese. “Se hai freddo infilati quel cappotto da due soldi che ti ritrovi e non rompere. Non mi sembra di aver sentito nessun altro lamentarsi, forse stai cercando rogne.”
Lo guardai negli occhi mentre mi parlava e continuai a farlo quando ebbe finito e attendeva una mia risposta. Gli altri clienti del bar ci ignoravano, solo il vecchietto con la barba lunga continuava a guardarci e a ridere del suo sorriso sdentato.
Arrivarono i miei bicchieri, trasportati dal bel culetto della cameriera. Lei disse qualcosa, mentre li appoggiava sul tavolo, ma nessuno dei due la ascoltò.
Scocciata, se ne tornò verso il bancone e io feci opportunamente cadere il mio sguardo sul suo invitante lato B, conscio che il manzo che mi trovavo davanti avrebbe interpretato il gesto alla stregua di uno schiaffo.
“Oh stronzo, sto parlando conte.” La sua voce si fece grossa, ma tremante. Il bel cavaliere era nervoso, la sua sicurezza iniziava a scemare. Girai di nuovo lo sguardo su di lui e gli feci un gran sorriso.
“Sai cosa si dice di quelli grandi e grossi come te?” gli chiesi.
“Che sbricioliamo i mingherlini come te?” rispose.
“Ah ah ah” scoppiai a ridere. “No, mio caro, si dice che più sono grossi più fanno rumore quando cadono.” Feci scemare la risata in un innocente sorriso.
Il grosso bove stava per rispondere quando io lo anticipai e, con un movimento che sorprese anche me per scioltezza e velocità, colpii i suoi polsi per fargli perdere l’appoggio, mi alzai spingendo all’indietro la sedia e spinsi verso il basso la sua testa, sfruttando la sua perdita di equilibrio. L’impatto con il massiccio tavolo di legno fu violento e il rumore sordo del suo naso che si rompeva mi provocò una fitta di piacere.
Ero pronto ad una sua reazione a questo punto, ma lui non si mosse. Il grand’uomo era svenuto. Lo guardai, adagiato sul tavolo, con paterna comprensione.
La scena aveva provocato un po’ di trambusto, ora tutti gli avventori del locale mi stavano fissando: chi impaurito, chi divertito, e la bella cameriera stava per mettersi ad urlare. Era giunta l’ora per me di andarmene, prima che qualcuno pensasse di chiamare la polizia, o peggio. Mi infilai velocemente sciarpa e cappotto, tracannai d’un fiato i due bicchieri, e uscii altrettanto velocemente dal bar, seguito dall’eco della risata storta del vecchio ubriacone.
Uscito dal locale mi incamminai come se niente fosse su per la strada, ma potevo sentire gli sguardi delle persone, testimoni di quello che era successo, seguirmi in tutte le mie mosse. In lontananza potevo sentire delle sirene. Forse qualcuno aveva già avvisato i poliziotti dell’accaduto.
Mi fermai a riposare in un vicolo non troppo lontano dal bar, sapevo che in ogni caso non mi avrebbero cercato subito. Appoggiato al muro ripresi fiato e mi guardai intorno. Il posto sembrava deserto e silenzioso, a parte i rumori dei passanti che provenivano dalle strade più trafficate tutto intorno. Avete presente cosa accade a questo punto nei film? Il protagonista, ormai rilassato e sicuro di essersela cavata, sente un rumore, di solito una lattina che viene colpita dal piede di un misterioso, quanto incauto, inseguitore, si volta nel buio ansioso e il più inaspettato degli incontri si avvera.
Ecco, a me accadde una cosa analoga, solo che invece del salvifico rumore della lattina rotolante io non sentii nulla, e quando mi voltai per andarmene dal vicolo mi trovai immerso una barba ispida e maleodorante. La sorpresa e i conati provocati dall’intenso fetore che emanava dalla bianca zazzera mi stordirono.
“Ma che cazzo...e tu che vuoi?” domandai irritato. “Ti sembra il modo di fare, questo? Comparire così, alle spalle delle persone...”
“Figliolo, lasciatelo dire, mi hai proprio fatto sbellicare dalle risate, in quel bar” disse il vecchio, sputando un po’ ovunque. “Mi hai fatto ricordare di quando ero giovane e attaccabrighe, proprio come te.”
“Non sono un attaccabrighe, quello era uno stronzo e aveva bisogno di qualcuno che gli ricordasse come si fa a stare al mondo.” Risposi.
“Sì sì; be’ come ti pare.” Disse il vecchio, agitando una mano in aria.
“Posso sapere cosa vuoi da me quindi? Ti ho visto che mi fissavi senza sosta, dentro a quel bar.” Domandai in tono minaccioso.
Ormai mi stavo stancando di tutta questa storia e della gente in generale. Volevo tornarmene a casa, nella mia solitudine, e che il mondo andasse pure a farsi fottere.
“Calmati ragazzo, non posso nemmeno farti i complimenti per una bella scazzottata? Al giorno d’oggi quelle veramente interessanti sono davvero poche.”
“Fammi pure tutti i complimenti che vuoi, vecchio, ma non prendermi per il culo dicendo che è tutto qui quello che hai in mente.”
“Va bene, va bene... sei sveglio ragazzo!” disse il vecchio.
“Esatto, tienilo bene a mente.” Ormai non ne potevo davvero più.
“Se mi dai due euro ti faccio pisciare nella barba.” Disse il vecchio, con sguardo malato.
“Oh Gesù Cristo. O stai scherzando o sei veramente troppo ubriaco per dire cose sensate.” Tutti a me devono capitare i pazzi pervertiti, pensai.
“No, non scherzo, a me piacciono certe cose e per te che sei così giovane, carino e sveglio faccio un prezzo speciale, solo due euro.”
Quel vecchio porco deviato sembrava proprio deciso a farsi fare ciò che aveva detto. Nella mia incredulità non sapevo se scoppiare a ridere o mettermi a correre urlando. Decisi di comportarmi con compassato distacco.
“Vai a farti fottere, pervertito.” Dissi in tono sprezzante.
Forse il mio distacco non era poi così compassato, ma con certi soggetti è sempre meglio essere chiari e schietti, altrimenti si rischia di essere fraintesi.
“Dai su, non farti pregare, magari scopri che ti piace.” Rispose il pervertito, e protese una mano verso di me. Come la vidi muoversi l’istinto fu più veloce della ragione: bloccai la mano con il braccio sinistro e gli mollai un destro ben assestato a livello della milza.
Persino nella frenesia della difesa istintiva ebbi cura di evitare di toccare quella faccia e quella barba malate.
Il vecchio emise un gemito sordo e si accasciò a terra, lamentandosi e contorcendosi. Io gli voltai le spalle e me ne andai. Giunto alla fine del vicolo potevo sentire i suoi flebili insulti.
Che giornata ragazzi. Già è strano che qualcuno si faccia pagare per farsi pisciare nella barba, ma che qualcuno paghi per farlo è veramente una cosa fuori da ogni logica. Ancora una volta ne ebbi la conferma: alle perversioni umane non c’è mai fine.
Mi diressi verso casa a piedi. La camminata era davvero lunga, dal centro alla periferia, così presi anche due autobus per parte del tragitto.
Dopo circa mezz’ora arrivai nella zona industriale a est della città. Era lì che abitavo. Avevo trovato un soppalco in un capannone enorme, che era in affitto, e mi ci ero fiondato. Non pagavo quasi nulla, in compenso la sicurezza della zona era inesistente e dormire con un occhio aperto era più che consigliabile.
Al piano di sotto c’era il magazzino di non so quale azienda. Una che lavorava parecchio comunque, visto e considerato tutto il traffico che c’era durante il giorno. Ma andava bene così, io non davo fastidio a loro e viceversa. In cambio mi godevo il mio enorme appartamento-soppalco, quello che gli americani avrebbero chiamato loft.
Non possedevo una grande consapevolezza, ma di sicuro avevo stile da vendere. Peccato che non fosse un bene monetizzabile.
Dopo essere entrato e aver chiuso per bene la porta, assicurandomi che non ci fosse nessuno nei pressi della scala anti-incendio dalla quale si arrivava al mio nido, mi buttai sul letto sbuffando fragorosamente. Sconforto. Eccolo, di nuovo e puntuale. Era stata solo un’ingenua illusione la mia tranquillità cittadina, una puerile maschera che serviva solo da diversivo per le persone più curiose. Affondai nel tenero sconforto di cotone che rivestiva il mio giaciglio.
Sentivo che stavo per cadere. Come se fossi in bilico. Ma la paura non era quella di compiere il passo falso, bensì di non riuscire più a scostarsi dal precario equilibrio. Volevo sentirmi cadere perché sapevo che era quello che stavo facendo già da tempo.
Per quanto la parte cosciente di me cercasse di impedirlo, non erano altro che vani tentativi, che inesorabilmente si tramutavano in goffe dissimulazioni della realtà. Il mio inconscio lo sapeva bene cosa stava succedendo e spesso si curava anche di rendermene partecipe. Soprattutto nel limbo del dormiveglia, ogni sacrosanto giorno e ogni singolo momento che mi vedeva cadere nelle braccia di Morfeo.
Ora i suoi sforzi erano stati ripagati e la consapevolezza aveva preso il sopravvento. Volevo cadere. Stavo cadendo nel buio e volevo continuare a farlo. Cosa significa cadere nel buio?
Cadere nel buio significa lasciarsi andare, rotolando, insieme ai rotoli di pergamena disordinati che una volta erano la tua vita. Significa capire che tutto quello che di negativo ti è successo non era altro che il logico risultato di tutte le tue azioni, belle o brutte, buone o cattive che fossero. Capire che la vita non è né bella né brutta, né giusta né ingiusta, è solo vita. Il mondo non va capito, al mondo bisogna viverci. Possibilmente sopravviverci. Cadere nel buio vuol dire aver capito tutto questo e aver compreso che ciò che è successo, succede, e succederà; è solo un susseguirsi di eventi che, per quanto siano frutto delle nostre azioni, non sempre possono essere controllati.
Cadere nel buio significa lasciare ciò che abbiamo distrutto, creare di nuovo e lasciare ancora ciò che distruggeremo.