Era una giornata diafana, ovattata da una leggera coltre di umidità. La tipica giornata che porta con sé le prime avvisaglie dell’autunno imminente. Hank sedeva davanti alla finestra, guardava fuori. Il solito albero lo osservava di rimando con uno sguardo ottuso, incosciente. Avrebbe voluto sapere cosa diavolo passasse nella testa di quelle foglie insulse. La notte appena trascorsa si era rivelata strana, inquietante, come molte delle sue notti, e aveva lasciato uno strano retrogusto nella sua testa.
La luce. Quella luce trasversale, splendente che tuttavia sembrava avvolgere tutto nell’oscurità non contribuiva certo ad alleviare l’inquietudine generata dai mostri del sonno. C’era un strana tensione nell’aria, Hank poteva avvertirla distintamente, ma non avrebbe saputo dire a che cosa avrebbe portato. Un senso di imminenza, reso insopportabilmente soffocante dall’immobilità del mondo.
Pensava a Sherry.
Sherry era una brava ragazza, se fosse stata un uomo, Hank avrebbe pensato di lei che era in fin dei conti un buon diavolo. Ma così non era, e lui non si sentiva al sicuro. Avrebbe voluto potersi fidare ciecamente di lei, probabilmente ne sarebbe stato in grado, ma una voce nella sua testa confusa gli diceva, con molta chiarezza, che non sarebbe stata la scelta migliore per lui. Poteva passare intere giornate a pensare a lei cercando di capire cosa sarebbe stato giusto fare o quantomeno cosa qualcun altro, qualcuno più sveglio e consapevole, avrebbe fatto al posto suo. Ovviamente non arrivava mai da nessuna parte. Con tutto questo gran casino in testa, Hank continuava a guardare fuori dalla finestra e a fissare quello stupido albero. Avrebbe voluto avere una finestra con vista sulla strada, per poter osservare le persone passare.
La gente non gli era mai piaciuta troppo, il più delle volte gli provocava turbamento. Non ne aveva paura, non si può avere paura della gente, ma le persone gli lasciavano sempre un vuoto dentro quando le vedeva o gli rivolgeva la parola. Si può dire che provasse una sorta di sofferenza intima quando parlava con il prossimo. La gente lo svuotava. Tuttavia con il tempo si era reso conto che non poteva fare a meno del contatto umano e la crescente consapevolezza di questo fatto era come una lenta e costante violenza alla sua anima. Avrebbe tanto voluto essere come Charlie, il suo grande mentore che non aveva mai avuto occasione di conoscere di persona. Lui sì che sapeva stare da solo, ci sapeva fare davvero. Bisogna essere soli, ma mai veramente soli diceva il buon Charlie. La sapeva lunga. Per quanto si lamentasse che la vita lo stava fottendo continuamente, nel momento della resa dei conti è stato lui a fottersela per bene.
Ma lui non era Charlie e non lo aveva per giunta mai conosciuto. Probabilmente se si fossero conosciuti non si sarebbero nemmeno andati a genio oppure, più semplicemente, Charlie lo avrebbe considerato un altro pezzettino della massa che tanto gli dava il voltastomaco. Meglio così dunque.
Quindi sempre quello stupido albero. Ed era stupido davvero.
Non poteva continuare così, a guardare stupidamente uno stupido albero. Doveva uscire.
Decise di andare in un locale poco distante, dove sapeva che mettevano sempre su dei pezzi di rock classico, stile George Baker, Steeler Wheel e via dicendo. Gli piaceva molto quel posto, al di là della musica, perché aveva un non so che di intimo, rassicurante. Tavolacci di legno spaiati, tutti attorniati di sedie delle più diverse. Luci soffuse sì, ma non troppo, non di quelle che dopo cinque minuti ti hanno già distrutto gli occhi e quel poco di autostima che ti rimaneva.
Arrivò, prese da bere e si sedette in un angolo da dove poteva vedere l’ingresso senza tuttavia essere notato subito. Non doveva nascondersi da nessuno, ma gli piaceva così. Provava gusto nel guardare chi entrava e chi usciva prima che loro potessero notare lui, lo faceva sentire come se avesse una sorta di vantaggio su quegli individui e quindi si sentiva rassicurato. Cominciò a sorseggiare la sua birra mentre in sottofondo Jim ci dava dentro per bene e intanto pensava, pensava, pensava. Possiamo dire che Hank aveva un gran difetto, almeno secondo lui: pensava veramente troppo. Lo faceva così tanto e a volte con così tanto impegno che nemmeno lui si meravigliava se alla fine dei giochi ci capiva ancora meno di quando aveva iniziato. Tuttavia non riusciva a smettere. Poteva controllarsi per un po’ magari, ma non riusciva mai a staccare del tutto la maledetta spina del suo maledetto cervello. Quindi a volte non ci provava nemmeno e si lasciava trasportare semplicemente dai pensieri, come una foglia viene inesorabilmente trasportata da un rivolo d’acqua verso il più vicino tombino.
Ora che non vedeva più quella luce trasversale che sembrava rendere tutto ancor più finto di quanto già non fosse si sentiva un po’ meglio. Una buona parte della sua inquietudine lo aveva abbandonato. Le persone generalmente non fanno altro che parlare di quanto sia inquietante il buio, l’oscurità, ma mai una volta che le si sorprenda a ragionare su quanto la luce possa essere angosciante. Almeno a Hank non era mai capitato di sentirsi dire una cosa del genere. Lo trovava piuttosto curioso. Avrebbe voluto dire: “La gente è stupida.” Ma non lo fece. Sebbene gli capitasse spesso di pensarlo, quasi ogni volta non si sentiva in diritto di dirlo, e se lo diceva gli sembrava di aver appena mentito a sé stesso; si sentiva come un truffatore da quattro soldi che con il trucco più vecchio del mondo riusciva ancora a fregare il prossimo.
Era ancora lì seduto nel suo angolo a bere la sua birra e a pensare alle cose più varie nel modo più insulso, quando la vide entrare. Sherry. Proprio lei.
Non avrebbe saputo dire se era un caso il fatto che lei si trovasse lì proprio in quel momento, e non sapeva bene che cosa pensare. Tuttavia sembrava che Sherry cercasse qualcuno, e che l’oggetto della ricerca fosse proprio lui. Dopo aver scambiato due parole con il barista ed essersi guardata intorno, si diresse senza esitazione verso l’angolo scuro, angolo di morte, dove Hank sedeva. Arrivò, lo guardò con il suo solito sorriso trasversale e si sedette dinanzi a lui.
Sherry era un bella donna. Non era tanto alta, ma era magra al punto giusto. Con una lunga chioma di capelli mossi, leggermente scalati ad incorniciarle il visetto vispo e sensuale. Aveva tutte le cose al posto giusto insomma, e inoltre possedeva un portamento posato, quasi aristocratico, ma non altezzoso. Un bel tipetto.
“Ciao Hank!” disse lei.
“Ciao Sherry B.” rispose H. con un tono che, volutamente, voleva risultare incuriosito.
“Sai che non mi piace quando pronunci anche la B. Comunque sapevo che ti avrei trovato qui, in una giornata come questa, Hank.”
“Ma non potevi esserne sicura al cento per cento, o sbaglio?” rispose lui, giusto per contraddirla, mentre giocherellava con l’etichetta della bottiglia.
“Immagino di no.”
Le cose andarono avanti così per un po’. Hank continuava a trastullarsi con l’etichetta della bottiglia, cercando invano di staccarla senza lasciare tracce di carta. Lei, invece, continuava a fissarlo con uno sguardo strano, obliquo. La situazione era decisamente singolare. Hank non sapeva spiegarsi cosa ci facesse Sherry lì, e non aveva nemmeno voglia di stare a domandarselo né tantomeno di chiederlo a lei. Non che volesse stare da solo, gli importava poco, semplicemente tutto questo pareva non avere una logica. Guardò com’era vestita. Portava un paio di jeans aderenti senza pretese, una maglietta nera anonima e un soprabito beige legato in vita da una cintura annodata. Era ancora più bella nella sua semplicità.
Continuò a lavorarsi la bottiglia.
“Sai Hank, tu sei vuoto.” disse all’improvviso Sherry in tono tagliente.
La frase lo colpì con una discreta violenza, non tanto per il contenuto quanto per il modo in cui era stata pronunciata. Fece per alzare la testa dalla sua bottiglia e rispondere quando sentì un rumore assordante e un dolore lancinante al petto.
Sherry gli aveva sparato.
Aveva estratto la pistola dall’interno del soprabito e lo aveva freddato.
Una sensazione di enorme calore lo pervase. Stava per accasciarsi al suolo, quando sentì che qualcuno lo sosteneva. Era lei, Sherry, poteva capirlo dal profumo dei suoi capelli che gli sfioravano il viso. Iniziò a sentire una strana musica, lontana. Si avvicinava sempre di più, aumentava di volume, lo colmava. Sapeva di già sentito, di familiare, tuttavia non riusciva ad inquadrarla mentre giaceva lì inerte nell’abbraccio della Morte, che aveva assunto una forma a lui così ben nota.
“La senti Sherry? Senti anche tu?” chiese Hank con fatica.
“La musica, anima mia?” rispose Sherry.
“Sì, la musica...che cos’è?”
“Soltanto musica bimbo mio. Musica per anime vuote.” e lo lasciò cadere.
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