mercoledì 25 agosto 2010

Uno-virgola-due secondi.

Bevo troppo. Troppi pensieri inutili da sopprimere.
Fumo troppo. Troppe stupide ansie da placare.
Vivo troppo. Ma almeno io vivo, al contrario della maggior parte degli uomini.
Esseri umani.
Qualificazione importante, pregna di significato. Di tutte le persone che ho conosciuto in questi anni, forse cinque di loro si meritano questa classificazione.
Gli altri, tutti gli altri, non sono niente di più che animali fisicamente evoluti e cerebralmente estinti.
Cammino per la strada, magari entro in un qualche locale. Cosa vedo?
Persone. Anzi, gente.
Gli passo accanto, in mezzo, e mentre le nostre strade si incrociano, li guardo negli occhi. Non c’è scontro di coscienze, la maggior parte delle volte mi affaccio ad una finestra che contempla il Vuoto.
Tiro dritto. Cosa dovrei fare?
Una volta mi arrabbiavo per questo. Mi dicevo che era impossibile che così tante persone fossero vuote dentro, che era soltanto una maschera che portavano per poter sopravvivere in un mondo che ha paura della pienezza della Vita.
Ora so che mi sbagliavo.
Sbagliavo ad arrabbiarmi, e sbagliavo ad avere così tanta fiducia nel genere umano.
Adesso non ci penso più. O meglio accetto la cosa non come un problema che io devo risolvere, ma come l’immutabile natura umana della quale prendo atto.
L’anima è diventata l’aberrazione di un processo evolutivo destinato, paradossalmente, all’involuzione.
Le persone sono vuote. Insignificanti. Grette.
Il dono dell’Anima è qualcosa di raro, continuamente a rischio di estinzione.
Possederne una comporta soffrire per noi stessi, per gli altri, per qualsiasi cosa. Il mondo è troppo bastardo perché una persona dotata di anima riesca a non soffrire della sua durezza.
Ora lo so.
Odio il mondo? No.
Odio le persone, quindi? No.
Poverine, il mio odio non se lo meritano, non sono certo così importanti. Ma compatisco gli esseri umani; compatisco me stesso: gettati alla rinfusa nel mondo, cerchiamo, ognuno a modo suo, di andare avanti senza sapere dove stiamo andando e se il gioco valga la candela. Siamo così teneri nel nostro continuo annaspare verso la Riva, e arrancare verso la meta ignota, che a volte sono quasi sopraffatto da un moto di affetto.
Ho detto “quasi”. Diciamo per uno-virgola-due secondi.

0 commenti:

Posta un commento