Ogni tanto mi concedo il lusso di disprezzare qualcuno e sentirmi migliore di quello che sono. Vedo l’altro come effimera imitazione di una realtà che non potrà mai raggiungere. Analizzo tutti i suoi aspetti, rido della sua inconsapevolezza e della sua inutile tensione verso qualcosa, che non solo non potrà mai raggiungere, ma che non può nemmeno realmente comprendere.
Lo guardo annaspare nella sua mediocrità, soffocato da aforismi decontestualizzati citati con volgare qualunquismo nella speranza di innalzare il suo spirito verso una meta non ben specificata che, comunque, per natura non potrà mai raggiungere.
Così rido: di lui, di me, di tutti e di tutto. Una sarcastica risata di scherno, pronta a tramutarsi in un disperato lamento, con fin troppa esasperante facilità.
Gonfio il mio ego grazie alle facili critiche, alla fallace convinzione di capire ciò che gli altri non riescono a vedere, certo che dovrebbe esistere sempre e solo un unico punto di vista realmente efficace.
Proprio a questo punto la risata di scherno si tramuta nel mio disperato lamento. Quell’urlo di dolore e frustrazione che solo la reale comprensione dei veri effetti che l’applicazione rigida del relativismo porta con sé, può generare. Sembra di sentirla, quella sensazione di solenne instabilità, che si impadronisce della tua mente, si insinua nei meandri del pensiero cosciente e gli sussurra che niente è reale. Niente è sicuro. Niente è univoco.
Striscia, ti accarezza, e ti entra dentro, silenziosa.
Avverti il suo formicolio, ma non ci fai caso. La ignori come un superficiale prurito, fino a che non raggiunge il tuo centro, e lì esplode e devasta tutte le tue certezze, anche quelle più antiche. Allora nemmeno la Morte ti sembra più così sicura e preghi per l’annullamento della tua coscienza, per non dover più sottostare alla soffocante pressione dell’insicurezza. Ti senti come un povero bimbo impaurito al quale è stata appena tolta la copertina preferita.
Ma continui a vivere e cerchi di formulare un piano per dare stabilità al filo sul quale cammini, sforzandoti di pensare che il baratro sotto i tuoi piedi non è altro che una caduta nel Nulla e che magari, quando un giorno cadrai, esso ti accoglierà con braccia benevole e confortanti per darti il meritato sollievo.
Perchè alla fine del gioco, se al termine del filo non puoi arrivarci, e in fondo al baratro non c’è nient’altro che il Vuoto, allora niente conta.
Nemmeno cadere prima del tempo.
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