lunedì 12 marzo 2012

Gojo.


“Hai visto quella?”
“Quale?” Alzai lo sguardo verso l’ingresso.
“A destra, appena entrata.”
“Sostanziosa.”
“Scommetto che le piace farsi sbattere a novanta. Sto dicendo che quella si farebbe pure tirare per le orecchie, nel mentre. Capisci?”
“C’è poco da capire. C’è spazio solo per l’immaginazione. Segaioli siamo nati, sborrandoci in mano moriremo.”
“C’è gente che è nata davvero da una sega.”
“E chi se ne fotte?” dissi, guardandolo di sbieco.
“Hai centrato il punto.”
La tipa nel frattempo scodinzolava alle calcagna di un ceffo dallo sguardo bovino e dal ventre prominente. Un povero coglione come tanti lì dentro, noi compresi. Per nostra fortuna ci trovavamo molto più in forma e con sguardi quanto meno umani. La carrozza era ben attrezzata, in ogni caso. Un culone… non di quelli così grossi che ti portano a spaventarti delle ignominie che possono celarvisi, di quelli buoni per una sana cavalcata a pelo. Di quelli che reggono i colpi, che rispondono. Notevole.
“Senti, fammi un favore, vai a farmi  riempire il bicchiere. Non ho voglia di alzarmi.”
“Sei un cesso, Adam.”
“Sì? Be’, un giorno forse riuscirai a cagarmi in testa, per ora vai.”
“Stronzo.”
“Ricordati il ghiaccio.”
Si alzò, mi tolse il bicchiere ormai vuoto dalla mano, e si diresse borbottando verso il bancone. Ragazzo gentile, ma quante fregnacce, pensai.  Non so nemmeno di preciso da quanti anni ci conoscessimo, ormai. Non aveva molta importanza, ma sono cose a cui a volte si pensa… no?
Il locale cadeva a pezzi, riscaldato qua e là con qualche vecchia stufa a gasolio. Una in particolare, alla destra del nostro tavolo, smetteva di funzionare ogni cinque minuti, rilasciando puntualmente esalazioni mefitiche. Ero arrivato al limite. La spensi e tornai al tavolo. Accesi una sigaretta. Era ormai l’unico locale in cui noi poveracci potevamo ancora fumare, in barba a tutte le leggi sulla salute pubblica, e anche per questo rimaneva un punto di riferimento. Si respirava libertà clandestina, in quel posto. Oltre che a litrate di fumo passivo di qualsiasi genere. C’era perfino il gasolio! Cosa potevamo desiderare di più, noi poveri residuati?
Di figli di puttana ne erano passati tanti lì dentro, intere generazioni. Alcune non si erano ancora  decise a schiodare, quindi la clientela andava dal bamboccio di sedici anni all’ubriacone obeso di settanta, senza troppi problemi. Muri, panchine, tavoli, tutto lì dentro portava i segni di queste persone e dei loro drammi. Ogni storia, una scritta. Ogni scritta, una sbronza. Ogni sbronza, un dolore lacerante soffocato con gargarismi di vodka, gin, whiskey e qualsiasi altra cosa servisse allo scopo. Ovviamente, da qualche parte, c’erano anche le nostre scritte. Tremendamente affascinante.
“Tieni.” Era tornato.
“Molto obbligato” dissi prima di mandarne giù un goccio. “Non sai quanto mi sento sollevato. Per un attimo ho pensato che davvero non sarebbe mai finita.”
“Di cosa stai parlando?”
“Il ritardo era, appunto, solo un ritardo. Sono libero, tutto alle spalle. Nuovi orizzonti.”
Si mise a ridere “Ti sei proprio cagato in mano questa volta, eh?”
“Dice che sta già meglio, sai?”
“Ma non mi dire…”
“Già… fa riflettere, no? Dico, sulla vera natura della sua ossessione. Non era niente di più, pura ossessione dettata dalla comodità della situazione. C’è gente che potrebbe sentirsi male a realizzare certe cose.”
“Non tu, però.”
“Dici bene, non io. L’ho superata questa merda. Rido della povertà di spirito. Mi scivola addosso, non c’è trippa per gatti.” Assestai un pugno solido sul tavolo e incornai i bicchieri con il mio compare. Questo era il sale della vita, dopo tutto. Due amici, due stronzi qualunque, come ce ne sono tanti al mondo a insultarsi e ridere di quelle che prima erano disgrazie e ora solo squallide parentesi che nessuno si sarebbe mai preso la briga di sottolineare, se fossero state in un libro.
“Comunque, lo ha detto a te che sta meglio…”
“A chi doveva dirlo?”
“Nel senso, solo perché te lo ha detto, non significa che sia vero. Soprattutto se lo dice a te.”
“Può essere, a volte mi lascio trasportare dalla mancanza di fiducia. Non lo so, sono cose delicate, ingarbugliate, non ho la testa per risolverle. Forse nemmeno la voglia.”
“Sei deprimente, Adam.”
Abbassai lo sguardo verso il bicchiere, oltre il fondo, guardavo il tavolo galleggiare nel whiskey. Deprimente… Depresso! Stanco, svogliato, sfiduciato. Che nervi. Tutti sempre pronti a fornire una loro interpretazione non richiesta. Che non sarebbe nemmeno un grosso problema, se non fosse che quando ci azzeccano brucia. Ti colpiscono in faccia, come se ti schiaffeggiassero con una sogliola pescata di fresco. Un colpo viscido, il marcio che danza intorno al tuo naso per giorni. Non ti puoi semplicemente pulire, devi farci i conti. Giungere a compromettenti compromessi.
“Adesso cosa cazzo dovrei dirti? Se ti do ragione, sembro ancora più deprimente. Se ti do torto, sembro un bamboccio permaloso che non è in grado di accettare la realtà. Mi metti sempre in posizioni scomode, maledetto.”
Rideva, lui. Rideva.
“Mi consoli, le persone deprimenti non fanno mai ridere nessuno. Nemmeno le loro disgrazie sono in grado di strappare il più sarcastico dei sorrisi.”
“Parla come mangi, scemo.”
Sapeva sempre come chiudere le nostre discussioni.
Il fracasso assordante di pugni sul muro e bestemmie e palline che rimbalzavano, proveniente dalla stanza a fianco, suggeriva che il solito gruppo di tossici del venerdì sera era arrivato per passare tutta la serata appresso al calcio balilla. Bravi ragazzi, sicuramente… se fossero stati altri ragazzi. Il più scalmanato era uscito di galera da poco, due anni e qualcosa, per lesioni personali. Quest’uomo aveva un pitbull, di quelli decisamente troppo affettuosi, che una bella sera d’estate aveva cercato di staccare la testa ad una bambina che giocava in un parco. Il padre subito si era lanciato sul cane, prendendolo a calci. Lui aveva pensato bene di pestarlo, per l’affronto subito dalla bestia. La gente sta male? Non tutta, solo la maggior parte. La bimba alla fine se l’era cavata bene, il padre un po’ meno, ma sicuramente ad aver avuto la peggio era stato quel povero coglione. Due anni di galera e cazzi nel culo. Mai pene fu più meritato.
Ora però toccava a noi sorbircelo. Inutile dire che il sistema penitenziario aveva fatto un lavoro coi fiocchi, era stato in grado di scodellarci una sua versione ancora più ignorante della precedente. Coi tossici non sei mai troppo tranquillo, alla fine dei conti non sai mai come potranno reagire a qualsiasi cosa. Bisogna stare sempre un po’ in guardia, non vale nemmeno la pena di pestarli. Se poi iniziano a schizzare sangue ovunque? Magari buona parte su di te? Che fai? Fine della festa, ecco cosa fai. Non voglio fare di tutti i tossici un girone infernale. Esistono anche quelli da premio Nobel per la pace. Mai incontrati, però.
Uno che la sapeva lunga, molto più di me, sull’argomento, era solito dire che ogni tossico è come un sole che tramonta. Avevo deciso di crederci, anche se la realtà ci provava sempre a confutare la teoria. Piccola bastarda, mai una volta che si arrenda alla forza di volontà.
“Ohei, bomber!” Eccolo. Uscito dalla stanza, chi deve vedere per primo? Il sottoscritto, naturale.
“Veh, grande! Come va? Tutto a posto?” Grazie a lui potevo coltivare le mie spiccate doti di attore.
“Sì sì, partita? Eh? Ci giochiamo una birretta? Eh?” Cocaina o eroina, stasera? Coca, decisamente, è troppo allegro.
“Eh guarda, mi spiace tanto, davvero… ma siamo solo in due stasera qui. Preferiamo starcene tranquilli. Sai com’è, la stanchezza…” Cosa avrei potuto dirgli? Che ero affetto dalla sindrome del tunnel carpale? O che mi facevano schifo i pezzi di merda che danno più valore a un cane, che alla vita di un essere umano, una bambina per giunta? Bah.
“Dai, fatti ‘sta partita!” insistette “sei da solo?”
“No, sono con lui, non…”
Feci per indicare il mio amico, ma quando mi girai notai che era sparito. La patata bollente era tutta mia.
“Sarà andato in bagno, non ne ho idea. Ma sono sicuro che non è in vena di esibirsi in partite varie.” Essere indelicati è un’arte.
“Eh, ma perché sa che perdete. Ih! Ih!” Le parole sgusciavano fuori dai buchi nella sua dentatura ormai marcia, ogni risata un silacco.
“Non possiamo competere con i campioni in carica, c’è poco da fare!” Levati dal cazzo, per Dio.
Fortuna volle che il suo compare di sempre, in quel momento, facesse capolino per ritrascinarlo dentro a giocare. Si ritirò fra una bestemmia e due scaracchi, che rimasero a fissarmi, molli, dal pavimento.
Distolsi l’attenzione dai moccoli e mi ritrovai davanti il mio amico. Rimasi un attimo perplesso.
“Dove cazzo eri finito? Non ti ho nemmeno sentito alzarti. Ti sei divertito a lasciarmi qui da solo col tossico, eh?”
“Ho seguito una in bagno, pensavo mi stesse mandando dei segnali piuttosto chiari. Invece ho scoperto che aveva solo mal di pancia. Quando l’ho sorpresa sulla tazza, era talmente imbarazzata che invece di diventare rossa e urlare, è arrossita e ha mollato una scorreggia tonante. Che puzza, ma che ridere.”
“Non ci crederò mai.”
“Cazzi tuoi.” Scoppiò a ridere e così feci anche io.
“Si è persino messa a piangere!”
“Questo posso crederlo, con quel brutto muso che ti ritrovi è il minimo.”

Ceffi di ogni sorta continuavano ad andare e venire, i nostri bicchieri seguitavano a vuotarsi e riempirsi, la band prevista per la serata avrebbe preso posto e iniziato a suonare di lì a poco. Tutti i più grandi successi dei Creedence Clearwater Revival, vere chicche per nostalgici di prima mano.
La nostra situazione era in stadio piuttosto avanzato. Eravamo ormai fradici, le parole iniziavano ad annodarsi nelle fauci e gli sguardi si facevano acquosi. Le palline continuavano a schizzare nel calcetto balilla a velocità spropositata e le imprecazioni e le bestemmie si erano fatte sempre più colorite, sempre nuove, mai una ripetizione! Tutto quel trasporto nella partita ci aveva convinti ad alzarci per andare a goderci lo spettacolo. Una sarabanda di sputi, urla, insulti, birre tracannate fra uno spondino e un goal incassato. Il tossico era il migliore di tutti, a forza di urlare smuoveva certe zolle di catarro da far rabbrividire e mica se le teneva per sé. Macché! Le sputava con disprezzo lì dove si trovava. A volte sui suoi piedi, a volte in un angolo della stanza. Più spesso centrava le scarpe del suo amico, che pareva non accorgersene o comunque non gli dava peso. Ci si abitua a tutto, d’altra parte.
Io e Gojo, sempre sbronzi, sempre di più, avevamo iniziato a scommettere su dove sarebbe andato a finire il prossimo scaracchio e quando sarebbe stato espulso.  Ma non ci fermavamo certo a questo. Cercavamo persino di indovinarne il colore, la consistenza ed eventualmente se sarebbe stato più grosso o più piccolo del precedente, semplicemente dai rumori che il nostro beniamino emetteva prima di eruttare soddisfatto il frutto del suo costato. Il campione in carica, quella sera, era un silacco scaturito da una boccata di sigaretta andata per traverso. Regnava, placido e solido come un budino, sulla panchina che stava dalla parte opposta della stanza, preciso in mezzo al tossico e al suo compare. Aveva un colore strano, un misto di giallo canarino e marrone tabacco, qua e là spuntavano dei pezzettini di roba grigia, che avevano tutta l’aria di essere piuttosto solidi. Ogni tanto sobbalzava, quando la panchina riceveva qualche calcio, ma non si scomponeva. Rimaneva lì, baldanzoso e ballonzolante. Ne eravamo molto divertiti, io e Gojo.
La band ci stava dando dentro, non era male. Buttai un occhio nella stanza principale, che ormai era totalmente piena. Perfino il nostro tavolo ci era stato sottratto, da una manica di strani ragazzi con occhiali da vista enormi e dilatatori di dimensioni bibliche ai lobi delle orecchie. Singolari.
La gente ballava, davanti al gruppo che suonava senza sosta. Ogni tanto qualche signora sulla cinquantina, che aveva evidentemente bevuto ben più di qualche bicchiere di troppo, si lanciava in una solitaria danza salendo su un tavolo ed incitando amiche, amici e l’eventuale marito a seguirla nella sua frenesia. Questi spettacolini duravano poco, purtroppo o per fortuna, ma si succedevano a velocità sostenuta.
Cercarono nuovamente di convincerci ad accettare una sfida a calcetto, ma riuscimmo a scamparla. Erano talmente sbronzi ormai, che se uno scambio di battute durava più di dieci secondi, allo scoccare dell’undicesimo si erano già scordati di cosa, e con chi, stavano parlando.
Ci decidemmo ad andare al bancone per farci riempire un’ultima volta i bicchieri e poi andarcene a morire nei rispettivi giacigli. Fu proprio in quel momento, mentre innalzavamo i calici dell’ultimo brindisi della serata, che scoppiò il finimondo.
Due tizi, uno grosso come un armadio a due ante e un altro nella media fecero letteralmente irruzione nel locale, quasi scardinando la porta d’ingresso. Il più grosso dei due era anche il più schizzato. Urlava frasi che nessuno riusciva ad intendere e questo un po’ mi sollevava, non ero ancora così sbronzo da non capire cosa dicevano gli altri esseri umani. Smascellava… urlava… spintonava la gente, che non protestava più di tanto. Erano tutti intimoriti.
Glielo potevi leggere negli occhi quello che pensavano: “Questo figlio di puttana è talmente fatto che è capace di ammazzare qualcuno.” Era il pensiero che frullava nelle testoline di tutti i presenti, la mia e quella di Gojo comprese.
Il barista, che in quanto a risse era più navigato di un lupo di mare, con non poca fatica riuscì a portare fuori i ceffi e dopo un breve alterco ritornò dentro bestemmiando a più non posso su quanto fossero stronzi certi stronzi e l’Italia e gli italiani, tutte pecore, mannelloni, uno schifo… e il Signore, porco! Insomma ogni scusa era buona per un delirio sociopolitico infarcito di sana anti-cristianità. Finita lì. Questo pensavamo. Alcuni sollevati, alcuni un po’ delusi. Ma la tregua durò poco. Iniziammo a sentire il rumore delle bottiglie che si infrangevano contro la porta d’ingresso del locale, una di quelle blindate con vetro antisfondamento, e poi un rumore più sordo e tremendo. Ci precipitammo in buon numero a vedere cosa stava succedendo ed eccolo lì, l’energumeno, che si para davanti a noi, potevamo vederlo attraverso il vetro della porta, con un palo di ferro lungo due metri. Era quello che serviva per sbarrare l’ingresso dall’esterno. Lo brandiva, a mo’ di clava, calando colpi tremendi. Il vetro infrangibile aveva iniziato ad incrinarsi. Alcune donne urlarono dallo spavento. La maggior parte dei presenti, invece, osservava la scena in silenzio. Non era la serata degli eroi, i più spavaldi urlavano insulti dalle retrovie. Due tipi coraggiosi, fuori, cercarono di fermare il pazzo, ma ci guadagnarono solo cazzotti e un calcio nel culo. Si allontanarono sconfitti, ma rimasero ad osservare dalla distanza. Così come faceva il compare dello scimmione, ridendo a crepapelle.
Qualcuno era corso via urlando il nome del barista, invocando il suo intervento, altri semplicemente minacciavano di tirare fuori la pistola, altri ancora spronavano i pistoleri a farlo. Tutto sommato la scena all’interno era piuttosto divertente. Io e Gojo ci tenevamo sempre un po’ in disparte, troppo sbronzi per fare qualsiasi altra cosa che non fosse starsene lì a strabuzzare gli occhi, increduli.
Improvvisamente, visto che la porta non dava più segni di cedimento, lo scimmione decise di buttare la spranga e aprirla alla vecchia maniera. Alcuni si slanciarono subito per richiudere e mettere il catenaccio, ma il bove fu più lesto e riuscì a scagliare all’interno una bottiglia, che si infranse sul muro, ferendo sotto l’occhio destro un poveretto che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nulla di grave comunque.
I prodi finalmente riuscirono a chiudere la porta e ad assicurare i chiavistelli. Fuori la situazione non cambiava, fra bottiglie e sprangate la sfuriata sarà durata mezz’ora buona, ma infine dovettero intendere che non sarebbero mai riusciti ad entrare. Se ne andarono, così, di punto in bianco. Nel frattempo il barista stava chiamando la polizia. Più che una telefonata, fu un uragano di bestemmie. Evidentemente doveva esserci qualche problema di ricezione.
Lo spettacolo era finito. Ce ne tornammo a sedere. Ora c’era molto più posto, perché la maggior parte della clientela aveva deciso di inseguire, sebbene sempre mantenendosi a distanza di sicurezza, i due soggetti.
Venimmo poi a sapere, da un tizio che faceva la staffetta per aggiornare il barista sulla situazione, che se ne erano andati in un locale a duecento metri da lì a replicare lo spettacolo. Ma erano stati sopraffatti e bastonati dai buttafuori, prima,  e dai poliziotti, poi.
“Che froci.” Disse Gojo.
“Froci impasticcomani.” Rincarai la dose.
Questi furono gli unici nostri commenti sull’accaduto.
“Tutto questo movimento mi ha un po’ agitato, ci facciamo un altro bicchiere per distendere i nervi?”
“Ok Gojo, vado io.”
Feci per alzarmi, ma tornai a sedermi e fissai Gojo.
“Si può sapere perché cazzo ti fai chiamare Gojo?”
“Come, non lo sai?”
“Non te lo avrei chiesto, no?”
“Dovresti saperlo, però”
“Perché mai?”
“Me l’hai dato tu il nome.”
O ero troppo sbronzo per capire o non aveva senso.
“Fuori dai coglioni, si chiude!” L’urlo del proprietario era arrivato puntuale, alle due di notte spaccate.
Mi voltai verso il bancone e gli risposi.
“Adesso ce ne andiamo.”
“Hai sentito? Dobbiamo…”
Ma davanti a me non c’era nessuno. Solo il mio bicchiere vuoto. Quando sai che hai bevuto troppo? Quando passi la serata a parlare con un bicchiere di whiskey, fino a che non sei così sbronzo da non distinguere più la realtà da quello che schifo che ti gira in testa, che a volte può essere perfino peggiore.

sabato 13 agosto 2011

Due alla volta, col resto di una.


Sono il Sacro Figlio di Puttana del mondo.
Mi appendo ai seni delle Muse
e succhio, vorace, i capezzoli della vita.
Lascio che loro giochino col mio arnese,
mentre il mio dito scorre nella loro valle sacra
e si insinua nel giardino meraviglioso.

Ho ucciso i sette fratelli
e mi sono fottuto le loro sorelle.
Due alla volta,
col resto di una.
Il mio cazzo
era il Grande Pilastro della Terra
e loro le Sette Meraviglie
che vi volteggiavano intorno, adoranti.
Succhiavano l'essenza stessa del mondo,
mentre mi ubriacavo dei loro corpi nudi e sodi.

mercoledì 3 agosto 2011

Se vuoi giocare, devi conoscere le regole.

Giovanni Berzieri se ne stava seduto nella sala prove in penombra, da solo, immerso nel silenzio. Alzando lo sguardo verso la finestra poteva vedere il sole, fuori, che quel giorno pareva volesse bruciare qualsiasi cosa. Magari fosse così, pensava, magari bruciassero tutti e potessi vederli soffrire prima che arrivi il mio turno.
“Che schifo.” Disse, parlando al nulla.
Faceva molto caldo fuori, ma lì dov'era adesso si sentiva a suo agio. La penombra della stanza era fresca e gli permetteva di riflettere con maggiore chiarezza sulla conversazione che aveva avuto poche ore prima. Dopo quella telefonata aveva vagato in macchina, sotto il sole, preda di un’inquietudine quasi frenetica, finché non aveva sentito il bisogno di sottrarsi alla luce e al caldo che gli erano divenuti insopportabili e gli davano la sensazione di stare per uscire di testa.
Ogni tanto faceva dei grandi respiri. Doveva cercare di capire, ricostruire, collegare e quindi fare un quadro della situazione. La telefonata era arrivata mentre lui ancora dormiva, svegliandolo.
“Pronto?”
“Ciao Giò, sono Laura, l’amica di Marina! Ti ho svegliato?”
“Laura? Sì, cioè no... non preoccuparti. Hai bisogno di qualcosa?”
Non riusciva bene a capire. Laura era la migliore amica della sua ragazza, Marina. L’aveva vista qualche volta e ci aveva anche parlato e in quelle occasioni aveva avuto il sospetto di piacerle. Non sapeva spiegarne il motivo, qualcosa nello sguardo della ragazza tuttavia sembrava portare in quella direzione.
“Non so come dirtelo, cazzo. Forse ho fatto male a chiamarti, scusami.”
“Ma che dici? Senti, non voglio essere scortese, ma non ci sto capendo niente, cosa devi dirmi? E dove hai preso il mio numero di telefono?” Giovanni iniziava a spazientirsi.
“L’ho copiato dal cellulare di Marina. Senti, non è facile dire cose del genere, quindi lo farò nel modo più brutale. Marina ti tradisce col tuo amico Riccardo.”
“Ma che stai dicendo?” chiese Giovanni, incredulo.
“Sì, senti tu mi sei sempre piaciuto e non riuscivo a sopportare l’idea che Marina ti prendesse in giro, quindi te l’ho voluto dire. Se vuoi la prova, puoi averla anche stasera.” Disse Laura.
“Stasera? Ma stasera non dovete uscire insieme voi due?” il dubbio iniziava a farsi strada nella mente di Giovanni, episodi isolati, apparentemente insignificanti, si affollavano nei suoi pensieri e assumevano tutto un altro significato alla luce di ciò che aveva appena detto Laura.
“Questo è quello che ti ha detto, ma non è così. Si vedrà con lui e molto probabilmente andranno nella sua nuova casa. Fai in modo di essere davanti al Blue Noha alle dieci e lo vedrai con i tuoi occhi.”
“Cazzo.” Era tutto quello che Giovanni riusciva a dire.
“Mi dispiace Giò, sul serio, non te lo meriti. Quando tornerò in città se vorrai fare due chiacchere chiamami. Un bacio.” E riattaccò.
Era rimasto per un po’ fermo, fissando nel vuoto, cercando di metabolizzare la notizia. Poi si era alzato, vestito, aveva acceso una sigaretta ed era uscito a prendere la macchina.
“Bel risveglio di merda.” Aveva detto, guardando il proprio viso riflesso nel retrovisore.
Continuava a riascoltare nella mente la telefonata, e più lo faceva, meno la questione pareva prendere un senso. Non sapeva cosa fare.
Si ricordò di un episodio in particolare, che lo aveva subito insospettito, ma che aveva deciso di ignorare come se fosse una sciocca paranoia. Una battuta di Riccardo su Marina, un fugace sguardo di intesa fra Riccardo e Marco, un sottile ghigno, prontamente nascosto, sul volto di Marco. Ora tutti quei gesti rapidi e apparentemente innocui avevano un significato ben preciso. Si sentì un vero coglione. Voleva spaccare qualcosa, voleva urlare, voleva pestare il volto di qualcuno e sentire i suoi zigomi rompersi sotto l’impeto delle sue nocche. Voleva sentire il sangue caldo di quell’infame scorrergli sulle mani, guardarlo negli occhi e godere del terrore generato dalla paura della morte. Che soddisfazione. Il sol pensiero lo faceva stare magnificamente. Se soltanto avesse potuto averli lì davanti a sé entrambi, proprio in quel momento.
“Vatti a fidare dei musicisti. Vi faccio vedere cosa succede a chi cerca di fottermi senza il mio permesso. Stronzi.” Ancora una volta parlò con il buio della stanza.
Si alzò dal suo angolino e si diresse verso il frigorifero per prendere una birra e la bottiglia di vodka che avevano comprato qualche giorno prima. Si attaccò al collo della bottiglia, mandando giù un sorso generoso, poi aprì la lattina di birra e mandò giù anche quella. Si sentì un po’ meglio e torno a sedersi nel suo angolo, guardando ancora fuori dalla finestra il sole arroventare l’aria. Mancavano ancora molte ore alle dieci di sera.

Il tempo passò più in fretta del previsto e Giovanni era ormai completamente sbronzo quando venne il buio. Uscì dalla sala prove, salì in macchina e si diresse verso il locale. Le strade erano quasi deserte. Nonostante la giornata fosse stata particolarmente calda, la sera era fresca e limpida. Nel tragitto verso il Blue Noha, col finestrino aperto e la musica ad alto volume la vita sembrava quasi bella. Le luci della città, i fari delle poche macchine che incrociava, tutto contribuiva a dare uno strano senso di pace alle strade e per un attimo si sentì bene, leggero, e l’aria che respirava era puro ossigeno che scacciava le sue ansie e se avesse potuto avrebbe dilatato quel momento all’infinito, girando senza sosta per la città. Un eterno movimento che si propagava nell’immobilità dell’attimo. Ma questi buoni propositi vennero cancellati quando, voltando a destra, si trovò vicino alla sua meta.
Fermò la macchina a qualche metro di distanza dal locale e si mise in attesa. Da quella posizione poteva vedere distintamente l’ingresso e godeva anche di una buona visuale sul parcheggio adiacente. Non mancava molto alle dieci, ormai era solo una questione di attesa. Aprì una lattina di birra che aveva preso in sala prove, accese una sigaretta e aspettò, mettendosi comodo sul sedile. Osservava le persone che entravano e uscivano dal Blue Noha, che non erano molte, e i pochi passanti sul marciapiede. Odiava tutti quella sera. Li odiava perché erano lì, odiava le loro vite anche se non le conosceva. Odiava i loro sogni, i loro pregi e i loro difetti, qualunque essi fossero.
“Mi fate schifo.” Sussurrò, mentre buttava fuori il fumo della sigaretta.
Proprio mentre si chiedeva se sarebbero stati puntuali, se per caso Laura non gli avesse teso uno sciocco trabocchetto, vide la macchina di Marina arrivare dal fondo della strada, davanti a lui, entrare nel parcheggio del locale e fermarsi dopo pochi metri. Marina non scese.
“Porca puttana. Non voglio crederci.” Disse ad alta voce.
Fissava la macchina della sua donna, combattendo con l’istinto di scendere, dirigersi verso di lei e chiedere spiegazioni dopo averla tempestata di schiaffi.
Dopo qualche minuto entrò nel parcheggio un’altra macchina, che lui non conosceva, e si affiancò a quella di Marina. Ci fu un breve scambio di battute, poi Marina parcheggiò e salì sulla macchina sconosciuta, che partì.
Facendo molta attenzione a non farsi notare, Giovanni avviò il motore e si mise all’inseguimento. Dopo un tragitto di circa mezz’ora, l’auto si fermò davanti ad una piccola casa. Giovanni si fermò una decina di metri prima, in fila dietro ad altre macchine e attese. Dopo pochi secondi vide Marina uscire e poi vide il conducente scendere. Era Riccardo.
“Figlio di puttana!” Esclamò.
I due entrarono in casa e Giovanni vide le luci accendersi all’interno. Non sapeva come comportarsi. Da un lato, avrebbe voluto irrompere nell’abitazione e scatenare un putiferio. Pestarli, tutti e due, fino a massacrarsi le nocche contro le loro facce. Dall’altro, gli venne un’idea decisamente migliore. Come tutti sapete, la vendetta è un piatto che va servito freddo.
Scese dalla macchina e fece un giro di perlustrazione intorno alla casa. Sul retro c’era un piccolo balcone, non troppo alto. Usando alcune casse di plastica trovate nel vicolo, si issò sul balcone e si mise a spiare dalle finestre per vedere cosa stesse succedendo.
Finalmente riuscì ad abituare la vista e, spiando da uno spiraglio nella tapparella ebbe una buona visuale di quello che, a prima vista, sembrava un salotto. Riccardo e Marina erano seduti sul divano, la televisione era accesa su un canale che trasmetteva musica. Erano mezzi nudi e Marina ci stava dando dentro, con l’uccello di Riccardo in bocca. Per un attimo si sentì come se avesse ricevuto una mazzata alla bocca dello stomaco, gli mancava il fiato e voleva urlare dalla rabbia, ma riprese il controllo.
Stette lì fermo a guardare fino alla fine. Una gran scopata, pensava, senza dubbio, lei è sempre stata brava ad ingoiare tutto, ma vedremo se il boccone che sto preparando sarà facile da mandare giù.
Se ne andò prima che loro uscissero. Arrivato nel suo locale preferito, passò il resto della nottata a bere, fino a che non si addormentò sul tavolo e fu svegliato dal proprietario che chiudeva il bar. Tornò a casa, in un qualche modo, e si gettò sul letto ancora vestito.

Il risveglio non fu dei migliori. La testa girava, pulsava, il vomito spingeva. I fatti della sera prima, per un attimo, sembravano solo un brutto sogno, di quelli che quando ti svegli fai fatica a capire dove finisce l’immaginazione ed inizia la realtà, finché poi quest’ultima non torna a colpirti nello stomaco, con la forza di cento uomini. E fu proprio quel colpo che spinse Giovanni a piegarsi sul cesso e a vomitare l’anima, bestemmiando. Tuttavia, passato quel momento, si sentì decisamente meglio.
Prese il telefono e compose un numero.
“Sì?” fece la voce della donna.
“Laura, sono Giovanni, avevi ragione. Li ho seguiti, ieri.”
“Mi dispiace Giò. Come stai?” disse lei.
“Meravigliosamente.”
Ci fu qualche minuto di silenzio imbarazzato.
“Senti, quando torni in città?”
“Fra qualche ora, perché?” disse Laura.
“Ho bisogno di parlare con qualcuno. Vorrei parlare con te.”
“Ma certo Giò, dove vuoi che ci incontriamo?”
“Non me la sento di uscire, ti scoccia venire a casa mia?”
“Certo che no, capisco benissimo. Ci vediamo più tardi.”
“Grazie” disse lui e riattaccò.
Il piano stava prendendo forma. Dopo la telefonata Giovanni si rimise un po’ in ordine, ma non troppo, voleva provocare un po’ di compassione nel cuore di Laura. Poi andò in camera da letto e nascose la sua piccola telecamera digitale nell’armadio, avendo cura di lasciare l’anta leggermente socchiusa, in modo che l’obbiettivo riprendesse accuratamente il letto.
Una volta sbrigate queste faccende si concesse un po’ di relax, fumando sigarette e bevendo birra sul balcone e aspettando l’arrivo di Laura. Il sole era mite quel giorno e il vento che soffiava era quasi fresco. Aria di cambiamenti, pensò, e sorrise amaramente stendendo le gambe sulla sedia davanti a lui.
C’erano stati giorni in cui lui e Riccardo andavano molto d’accordo. Lo aveva sempre giudicato con un po’ di riserve, ma tutto sommato non gli dispiaceva la sua compagnia e nel gruppo l’atmosfera era sempre stata buona. Certo, c’erano state discussioni e divergenze, ma si erano sempre appianate in maniera civile, fino a diventare oggetto di battute e scherzi volti a rafforzare il rapporto di amicizia che stava sbocciando. Con delusione e amarezza però, Giovanni dovette ammettere che la sua capacità di inquadrare le persone al primo incontro, ancora una volta, non lo aveva tradito, sebbene non fosse stato in grado di evitare l’episodio della sera prima e chissà di quante altre sere. Così va la vita, pensava, alla fine dei giochi non puoi mai fare affidamento su nessuno. Si vive insieme per morire soli e comunque non si può dire di essere in buona compagnia.
Avrebbe voluto piangere a dirotto, ma si rese conto di non esserne più in grado. Il dolore premeva, dall’interno, contro la sua fronte, gli occhi si facevano gonfi e pesanti, tuttavia non una lacrima riusciva più a penetrare lo strato di cinismo che col tempo si era fatto sempre più spesso e solido. Come accade nella maggior parte dei casi, non ci rendiamo conto della vera utilità di una cosa finché non la perdiamo e così Giovanni, per la prima volta, si rese conto dell’importanza vitale di un sano pianto di dolore. Una valvola di sfogo, ora chiusa, che aveva la capacità di lavare l’anima dai peccati altrui e anche dai propri. Chissà dove sarebbero andate a finire tutte le lacrime che non era più in grado di versare, si chiedeva. Forse sarebbe affogato dall’interno e un giorno si sarebbe improvvisamente accasciato al suolo, con i polmoni pieni di liquido, in preda a spasmi violenti e lì sarebbe morto. Forse. Magari. Chissà.
Il suono del campanello distolse Giovanni dai suoi pensieri. Laura era arrivata. L’adrenalina prese a scorrergli nelle vene, portando una surreale lucidità nella sua mente e nel suo sguardo. Si alzò, si diresse verso la porta d’ingresso e aprì.
“Ciao Giò, perdonami se non sono molto presentabile, ma sono venuta subito qui, senza nemmeno passare da casa.” Disse Laura, guardandolo negli occhi e abbozzando un timido sorriso.
“Figurati, non hai niente che non vada. Entra pure.” Rispose mesto.
Laura passò di fianco a Giovanni, entrando, e le pieghe della sua gonna corta e la sottile nota di un profumo costoso lo sfiorarono.
Si fermò nel centro del salotto. I capelli castani, molto chiari, raccolti in una coda che voleva sembrare casuale ed invece era frutto di almeno un’ora di acconciatura. Magliettina color rosso vivo, aderente, che lasciava scoperto l’ombelico e buona parte della schiena, minigonna grigia, a quadri in stile scozzese, che lasciava ben poco all’immaginazione. Sandali sobri, ma dall’aria dispendiosa.
Se questo è il suo concetto di poco presentabile, pensò Giovanni, non oso nemmeno immaginare come sia quando è presentabile.
“Siediti pure sul divano. Bevi qualcosa?”
“Una birra, magari.” Rispose lei.
“Niente birra, è finita. Mi è rimasto del bourbon e forse del ghiaccio.”
“Bourbon con ghiaccio, allora.” E si sedette.
Giovanni andò in cucina, prese due bicchieri capienti, li riempì di quattro dita per uno e mise qualche cubetto di ghiaccio. Tornato in salotto, si sedette sulla poltrona davanti a Laura e le porse il bicchiere.
“Grazie. Ci vai giù pesante con le dosi, eh?” disse la donna, soppesando il bicchiere.
“In certi casi è meglio abbondare.” Rispose Giovanni, guardando i cubetti di ghiaccio galleggiare.
Nella stanza calò il silenzio, interrotto solo dal tintinnio dei ghiaccioli quando uno dei due alzava il bicchiere per bere un sorso. Nessuno dei due sapeva da dove cominciare. Laura era in evidente imbarazzo, mentre Giovanni sembrava assolutamente perso nella contemplazione del bicchiere.
“Come hai passato la nottata?” domandò Laura, rompendo finalmente il silenzio.
“Dopo lo spettacolino che mi sono sorbito, intendi? Bene credo, sono svenuto prima al bar e poi nel letto. Poteva andare peggio.”
“Poteva piovere.” Disse lei, sorridendo della propria citazione.
Giovanni fece finta di niente. Si alzò per andare a versarsi un altro bicchiere di bourbon. Fece un cenno a Laura, che gli porse il suo e riempì anche quello.
“Va bene, forse questa era un po’ infelice.”
“Non troppo, è solo che non riesco ad essere molto allegro. Sai com’è.” Disse lui, tornando a sedersi.
“Capisco. Almeno credo” disse Laura alzandosi e andando a sedersi sul bracciolo della poltrona, di fianco a Giovanni. “Non ti meritavi una cosa del genere. Forse non se la merita nessuno.”
“Già, forse.” Rispose lui.
“Sei stata molto gentile a venire qui.”
Lei sorrise, comprensiva.
“Devo essere sincero, non so se ringraziarti oppure no, per avermelo detto. Ci sono cose che è meglio non sapere. Altre che è necessario sapere anche se fanno male.”
“Te l’ho detto” disse Laura. “Non ti meriti un trattamento del genere.”
La mano di lei si era appoggiata sulla sua nuca, per poi scendere sulla spalla e accarezzarla dolcemente. Giovanni buttò giù un sorso e si voltò per guardare Laura negli occhi. I suoi occhi azzurri, come il cielo visto da una collina erbosa. Gli sguardi si incrociarono. Gli occhi di lei erano strani, un misto di compassione e desiderio. Lui prese la mano che accarezzava la spalla e tirò Laura a sé, facendola scivolare su di lui, e la baciò dolcemente ma con decisione. Il profumo della sua pelle riempiva le narici di Giovanni, che per un momento provò un’acuta fitta di dolore. Era un odore così simile a quello che così bene conosceva e che gli era stato strappato dal tradimento, che quasi credette di non farcela.
Quando finirono di baciarsi, si guardarono ancora negli occhi. Questa volta, dalle iridi, trasudava solo desiderio. Giovanni finì il bicchiere in un sorso, e si sentì subito meglio. Laura lo imitò e poi insieme si diressero verso la camera da letto.
Non si negarono nulla, nell’ora successiva, mentre la telecamera ben nascosta e ben posizionata riprendeva tutto. Alla fine si addormentarono e dopo qualche ora, Laura si svegliò, si rivestì e se ne andò senza far rumore e senza svegliare Giovanni.


Qualche giorno dopo, Marina ricevette una busta. All’interno un DVD e un biglietto sul quale era scritto: SE VUOI GIOCARE, DEVI CONOSCERE LE REGOLE.
Lo prese, incuriosita, e lo inserì nel lettore. Si sedette sul divano e accese il televisore. Le immagini di Laura e Giovanni che ci davano dentro come dei forsennati riempirono lo schermo, il volume dei loro gemiti trafiggeva i timpani di Marina come milioni di schegge di vetro. Lo guardò fino alla fine, immobile. L’ultima immagine era di Giovanni, che faceva l’occhiolino alla telecamera e le mandava un bacio.

venerdì 15 luglio 2011

il caldo fa male, ma le suocere sono peggio.

il problema grosso era il blocco. cosa fare quando il cervello si blocca. mi sentivo stupido e vuoto e inutile e l'alcool non era più di aiuto. fissavo la parete e il foglio bianco, che diventava come un lenzuolo immacolato davanti ai miei occhi.
un pensiero maligno si affacciava da un angolo del cervello. non ne sei in grado, lascia perdere. chi ti credi essere e soprattutto cosa credi di fare? Hank e Ernie hanno fatto tutto quello che dovevano. tu non servi. gli altri non servono. non c'è trippa per gatti. il grasso che una volta colava, ora giace immobile e denso. fine dei giochi.
giocare con le voci nella propria testa a volte può essere molto avvilente. non sono mai stato da uno strizzacervelli, ma in compenso ho praticato tantissima auto-diagnosi. si trattava solo di capire se ero idiota o pazzo. ci sono scelte peggiori. che poi essere pazzi non significa nulla, ma ci fa sentire grandi, diversi e unici. poveri noi, povero me.
manca la soddisfazione che arriva dall'esterno. manca la conferma da parte del pubblico. oppure manca la materia prima, coglione. sembrava di sentirla, la gabbia che mi serrava il cervello e lo stringeva. ma perché? me lo sarò chiesto un milione di volte.
cosa volevo fare? cosa PENSAVO di poter fare? gli scrittori veri non sono aspettano di sentire qualcuno che glielo dica, si sentono grandi e basta. se qualcuno non ti dice che sei un artista, uno scrittore, allora non lo sei? è necessario che qualcuno, al di fuori di te stesso, riconosca il tuo talento perché tu possa diventare quello che già ritieni di essere? sembra una stronzata, e probabilmente la è, ma mi ci sono trovato a riflettere sopra più di una volta, senza mai giungere a nulla. o meglio, giungevo sempre a conclusioni opposte alle precedenti e alla fine la risposta era sempre una: era meglio morire da piccoli.
Ernie e Charlie la scrittura la vivevano. Charlie si faceva possedere, erano un tutt'uno, lui e la scrittura. io ero una mezzasega. non fraintendetemi, non è autocommiserazione spicciola, è convinzione radicata. forse se smettessi di mettermi i bastoni fra le ruote potrei ingranare la marcia, chissà? ma cosa dovevo fare? più che altro, avevo la sensazione di non meritarmi il dono della Scrittura. si nasce o si diventa? ai posteri l'ardua sentenza, ammesso che gliene freghi qualcosa. comunque a me non serviva il parere di un lontano pronipote, io necessitavo di un uomo del presente, ma vallo a trovare un uomo oggigiorno. o una donna.
allora manda giù un altro sorso. che fai altrimenti? ti piangi addosso e ci ricavi solo una maglietta bagnata e un vago senso di vergogna. poi pensavo: per avere il blocco dello scrittore, bisogna che uno sia uno scrittore. geniale, nella sua semplicità. problema risolto, sono semplicemente un genio. o un genio semplice. niente di cui vantarsi. era come avere una suocera accasata nel lobo temporale, un delirio. non l'ammazzi mica, non ce la fai perché è pur sempre una di famiglia, anche se poi esistono le eccezioni che confermano la regola. ma non era questo il caso.
sai cosa mi piace di te? no. niente. siamo a posto così, direi. ho sempre avuto un cervello simpatico, non si può negare. beati voi che non capite un cazzo. santo io, che capisco meno di voi. alla salute!

mercoledì 29 giugno 2011

La Madonna vola e gli Angeli ballano.

“Signor Lombardo, mi dispiace ma ci sono brutte notizie dagli sponsor. Dicono che se non troviamo un’idea decente per lo show pubblicitario di metà spettacolo rescinderanno i contratti.”
“Luridi figli di troia. Dimmi qualcosa che non so, Cristo. Chiamali e digli di non rompere i coglioni, avranno il loro fottuto show del cazzo.”
Lombardo chiuse la comunicazione sbattendo violentemente la cornetta e bestemmiando sonoramente. La bottiglia di whisky sulla scrivania ondeggiò pericolosamente. Luridi stronzi pretenziosi, lo mandavano in bestia. Olivieri, seduto sul divano in fondo all’ufficio, alzò il sopracciglio sinistro mentre leggeva il giornale. Era un uomo alto e dinoccolato, con una stempiatura prepotente che partiva dalla fronte e arrivava quasi al centro della testa.
“Ollie ci serve una cazzo di idea e ci serve alla svelta. È la volta buona che ci inchiodano il culo, questa.”
“Renne spaziali?” suggerì distrattamente Ollie.
“Fottiti te, le renne e pure quell’invertito di Babbo Natale. Ci serve qualcosa di buono, che attiri l’attenzione di quei milioni di rincoglioniti che non aspettano altro che farsi dire cosa comprare da una bambina di 14 anni che succhia un lecca-lecca come se fosse il cazzo di Dio.”
“Vuoi far succhiar dei cazzi a delle bambine di 14 anni, in diretta nazionale?” chiese Ollie.
“Lascia perdere.” rispose Lombardo, rassegnato.
Ollie riprese a leggere il giornale, dal quale comunque non aveva mai staccato gli occhi.
L’interfono sulla scrivania gracchiò.
“Signor Lombardo, mi scusi, ma il suo appuntamento delle 19 è arrivato.”
Lombardo fece il giro della scrivania e pigiando sul pulsante disse alla segretaria (detto fra noi: un gran pezzo di donna. Certe gambe ben tornite...) di farlo entrare. Olivieri continuava a leggere il giornale. Lombardo si sedette pesantemente sulla poltrona della scrivania e vi appoggiò sopra i piedi, incrociandoli e si accese una sigaretta. Era un vecchio ex-pugile, un metro e novantacinque per centoventi chili. La poltrona implorava pietà.
Faceva un caldo bestiale, era un estate fottutamente torrida, secca come la fica di una ultranovantenne rabbiosa. Il sudore appiccicava qualsiasi cosa. Fuori la luce del sole era ancora forte, ma l’ufficio era in penombra a causa della tapparella alzata a metà. Si soffocava. E poi l’ufficio era piccolo e umido, con pareti giallastre, una libreria piena di libri inutili, una scrivania e un divano dalla parte opposta, vicino alla porta. Un ventilatore pigro e morente fingeva di muovere l’aria, sacrificato in un angolo.
La porta si aprì e l’appuntamento entrò. Era Vito, un cazzetto di uomo alto neanche un metro e settanta, vestito di roba stracciata, con i capelli leggermente lunghi, biondi ossigenati, occhi truccati e dei bei muscoletti da icona porno-gay. Il suo nome sul ring era Vitello Pazzo, non aveva palle abbastanza grosse per fare il Toro. Così tutti lo chiamavano Vitello Tonnato. Lombardo non sopportava quel piccolo invertito.


“Entra Vito, accomodati e dimmi che cazzo di problema hai.”
Vito prese una sedia e si sedette davanti alla scrivania. Lombardo nel frattempo si alzò e andò a mettersi di fianco a lui, col culo appoggiato al tavolo.
“Allora, cazzetto, chevvuoi?”
Zio, si tratta dell’ultimo incontro. Avrei dovuto vincerlo io. Era stato stabilito così e invece L’Aspirapolvere Umano mi ha sbattuto al tappeto fino a farmi svenire.” disse Vito, in tono petulante, con la sua vocina da palle strizzate.
Lombardo ebbe un lieve sussulto.
“Lo sai perché è successo questo, Vito?”
“No zio, non lo so.”
“È successo perché tutti di considerano un debosciato figlio di puttana senza palle, ecco perché” disse pacato. “NON TI RISPETTA NESSUNO, POVERO COGLIONE, E ADESSO TU VIENI QUA DA ME E PRETENDI CHE COSA? CHE SALVI QUEL TUO CULO ROTTO E MALEODORANTE?” la pacatezza non durò molto. “SE GLI ALTRI RAGAZZI NON TI RISPETTANO, POI NON RISPETTANO IL COPIONE. E LO SAI COSA SUCCEDE, SE NON LO RISPETTANO? CHE IO PERDO UN SACCO DI FOTTUTISSIMI SOLDI.”
“Per questo sono qui. Devi fare qualcosa, zio.”
Lombardo non rispose. Una vena enorme gli pulsava al centro della fronte.
“Dico solo che se c’è un accordo andrebbe risp...”
Vito non riuscì a finire la frase. La bottiglia di whisky calò in pieno sulla sua testa, frantumandosi e lasciandolo coperto di sangue e alcool. Restò per un attimo incredulo e poi cadde a terra urlando, portandosi le mani alla testa per poi tornare a guardarle intrise di sangue e continuare ad urlare più forte.
Lombardo gli assestò un buon numero di calci nelle budella e uno, ultimo e definitivo, proprio sulle palle.
“Ora ascoltami bene, piccolo verme. Non osare mai più rivolgerti a me in questo modo, capito? Non sono tuo zio e, per l’amor di Dio, se lo fossi prima ti ammazzerei e poi inculerei quel gran pezzo di donna di mia sorella per aver cagato fuori un tale stronzo. Ora levati dai coglioni e se ti azzardi a tornare un’altra volta per una stronzata del genere, giuro che ti ammazzo con queste mani” e fece il gesto come per strangolarlo. “Gesù Cristo, tira fuori i coglioni.”
Siccome Vito non si alzava, ma restava rannicchiato per terra, nel suo moccio e nel suo sangue, a piangere, Lombardo disse ad Ollie di buttarlo fuori e lui lo scaricò di peso fuori dalla porta, richiudendola subito dopo. La segretaria cacciò qualche urlo alla vista del fagottino sanguinolento e singhiozzante, ma poi chiamò l’ambulanza.
Una volta chiusa la porta, Ollie si girò verso Lombardo e si mise ad osservarlo pensieroso.
“Ho trovato” disse “Gesù Cristo sui pattini a rotelle!”
Lombardo si destò dai suoi pensieri e fissò per un attimo Olivieri, valutando l’idea.
“No, non si può.”
“Come no? È GENIALE!”
“Certo che è fottutamente geniale” esplose Lombardo “talmente geniale che un genio ci ha già pensato. Gesù Cristo sui pattini a rotelle l’hanno già fatto.”
“Allora siamo nella merda” sentenziò Olivieri “Santa Madonna, aiutaci!” e si sedette sul divano, riprendendo in mano il giornale.
“Ma certo!” Lombardo si lanciò indietro sulla sedia, alzandosi in piedi, e sbatté le mani sulla scrivania “Sei un fottutissimo genio Ollie, lo sapevo che facevo bene a tenerti fra i piedi. LA MADONNA!”
“Figurati, lieto di essere d’aiuto. Ma non ci sto capendo un cazzo.”
“LA MADONNA, Ollie, lei è la soluzione!” insistette Lombardo. “La Madonna vola e gli Angeli ballano. Questo sarà il nostro show.”
Lombardo volò letteralmente sopra il telefono e compose un numero in fretta e furia.
“Ufficio Pubblicità, chi desidera?”
“Sono Lombardo. Dite agli sponsor che abbiamo lo show. Sì, esatto. La Madonna vola e gli Angeli ballano. Sì cazzo, lo so che è geniale, l’ho inventato io. Muovete il culo, deve andare in onda fra 2 giorni.” Riattaccò.
Tutto soddisfatto, appoggiò di nuovo i piedi sulla scrivania e questa volta si accese un sigaro, di quelli che teneva nel portasigari dentro al cassetto.
“Siamo ancora i migliori Ollie.” disse Lombardo, compiaciuto.
“Lo siamo davvero. Però a quel povero coglioncello hai fatto una gran bella festa, sarà inutilizzabile per mesi.”
“Che si fotta Vitello Tonnato o come cazzo si fa chiamare. Quel palle-mosce finirà per farsi ammazzare comunque, prima o poi.”

martedì 28 giugno 2011

Senza titolo 15.

Quando stavo di fronte a Dio non avevo paura. Provavo solo un gran senso di non appartenenza. Io Lo guardavo, e Lui guardava me. Nemmeno una parola, nessun suono, solo i nostri sguardi incrociati.
Non era come si diceva, i miei occhi non avevano preso fuoco nel momento in cui avevano incrociato i Suoi. Non ero impazzito, ne rinsavito. Semplicemente ci guardavamo, cercando di capire chi avrebbe ceduto per primo, consapevoli che nessuno dei due si sarebbe arreso.
Non starò ad annoiarvi con i dettagli fisici, non interessano a nessuno. Non dovrebbero interessare nessuno. Eravamo lì e ci fissavamo e sinceramente, dopo un po’, la noia iniziò a farmi vagare con i pensieri.
E loro vagavano, spaziavano, morivano e rinascevano. Molto poetico.
Ero piccolo, ero solo, e altri bambini mi circondavano. Avevo paura, perché non ero mai stato così solo in mezzo ad altri bambini. Erano strani, o meglio, sembravano strani perché sapevo che non c’era nessun punto di riferimento in torno a me in grado di renderli sicuri.
Era la prima volta che da solo osservavo altre persone sole. E loro osservavano me, come un branco che osserva la preda. Singolare, no? Se avete capito cosa intendo.
Ma ora sono stanco e mi arrendo e Dio vince e Io sono finito. I ricordi, i miei ricordi, mi hanno portato alla sconfitta. La noia, la mia noia, mi ha condotto dritto alla disfatta. Ecco la differenza fra me e Dio, ecco la differenza fra l’uomo e Dio: la Noia. L’uomo si annoia; Dio si diverte della noia dell’uomo; l’uomo muore del divertimento di Dio.
Sic transit gloria mundi.
“Pace in terra agli uomini di buona volontà” sembra solo una sciocca filastrocca, creata per ridere della morte dei nostri figli mentre lecchiamo il sangue viola dell’abitudine che impregna le nostre mani curate.

venerdì 6 maggio 2011

Vita e Morte.

“Voglia di morire non significa per forza voglia di farla finita.
Voglia di vivere non vuol dire voglia di andare avanti.
Volere qualcosa non si trasforma necessariamente nel fare qualcosa.
Infatti me ne sto fermo, bello tranquillo, e voglio. Voglio tutto.
Soldi? Sì, grazie. Salute? Perché no? Amore? Ben venga! Tragedie? Ma sì! Sofferenza? Volentieri.
Come tutti, voglio e volevo ciò che non posso avere. Una cosa, una volta ottenuta, diventa subito obsoleta. Stavo bene? Volevo stare male, perché si sa, si stava meglio quando si stava peggio. La saggezza dei popoli. Il senno di poi, di cui ho sempre pensato essere pieni i fessi, e non i fossi. Stavo male? Volevo stare meglio.
Insomma, quando siamo qualcosa, non vogliamo esserlo. Grottesco, vero? Paradossale, così tanto che sfiora l’assurdo. Così assurdo, che diventa perfettamente logico.
Per un anno intero ho cercato di lenire la sofferenza di una vita spezzata, la mia, e ora che ho costruito tutto quello che potevo per proteggermi, ho capito che mi sono chiuso dentro di me e fuori dal flusso della vita. Ho capito che il mio cercare di uscire dal dolore era invece un modo di goderlo fino in fondo, ma l’ho capito troppo tardi. Come un uomo che si trova in balia delle onde furiose del mare e cerca di raggiungere la riva, così vicina per lo sguardo, così lontana per il suo corpo sfinito. Una volta che ha usato ogni goccia delle sue energie per raggiungerla e ci è riuscito, pensi che riprenderà il mare in tempesta con facilità, anche sapendo che quello è ciò di cui ha bisogno? No, non lo farà. L’istinto di sopravvivenza lo frena, e lo frega.
Chi sono io, adesso? Cosa sento io, ora? Niente. Ecco la risposta, servita calda e fumante su un piatto di argento. Una volta il mondo mi parlava, le persone le sapevo leggere, la Vita era una troia da sbattere violentemente per sentirle urlare pietà. Sono io la puttana della Vita ora. Mi rivolta come un calzino, mi fa sputare il sangue.
Ma a differenza sua, io non chiedo pietà. So che sarebbe inutile e comunque non le darei mai una soddisfazione del genere. Assaporo il succoso cazzo della Vita che mi smembra gli intestini, e me lo faccio pure piacere.
D’ora in poi non avrò più timore di dirlo. Prendimi, sodomita bastarda, e vedremo se a sciuparsi per primo sarà il mio culo o il tuo cazzo! Fino a che non arriverà la sua amichetta pervertita, la Morte, e deciderà della nostra sorte.
Vita e Morte, due puttane che passeggiano a braccetto per le strade della città, seducendo i poveri coglioni come me con vane promesse e grandiose illusioni. Arriverà il momento della verità anche per loro, e se possibile sarò lì per sputare sulle loro tombe.”
Andrea mi fissava perplesso, dopo il mio monologo.
“Sei ubriaco Adam, e sei un coglione.” Disse, prima di finire il suo drink.
“Sante parole, caro mio, sante parole.”
Chiamai la cameriera. Il jazz infuriava negli altoparlanti del locale e nella mia testa. Fuori si era alzato un vento prepotente e la luna si era tinta di rosso. Ma non me ne importava niente, tanto non potevo vederla.