Giovanni Berzieri se ne stava seduto nella sala prove in penombra, da solo, immerso nel silenzio. Alzando lo sguardo verso la finestra poteva vedere il sole, fuori, che quel giorno pareva volesse bruciare qualsiasi cosa. Magari fosse così, pensava, magari bruciassero tutti e potessi vederli soffrire prima che arrivi il mio turno.
“Che schifo.” Disse, parlando al nulla.
Faceva molto caldo fuori, ma lì dov'era adesso si sentiva a suo agio. La penombra della stanza era fresca e gli permetteva di riflettere con maggiore chiarezza sulla conversazione che aveva avuto poche ore prima. Dopo quella telefonata aveva vagato in macchina, sotto il sole, preda di un’inquietudine quasi frenetica, finché non aveva sentito il bisogno di sottrarsi alla luce e al caldo che gli erano divenuti insopportabili e gli davano la sensazione di stare per uscire di testa.
Ogni tanto faceva dei grandi respiri. Doveva cercare di capire, ricostruire, collegare e quindi fare un quadro della situazione. La telefonata era arrivata mentre lui ancora dormiva, svegliandolo.
“Pronto?”
“Ciao Giò, sono Laura, l’amica di Marina! Ti ho svegliato?”
“Laura? Sì, cioè no... non preoccuparti. Hai bisogno di qualcosa?”
Non riusciva bene a capire. Laura era la migliore amica della sua ragazza, Marina. L’aveva vista qualche volta e ci aveva anche parlato e in quelle occasioni aveva avuto il sospetto di piacerle. Non sapeva spiegarne il motivo, qualcosa nello sguardo della ragazza tuttavia sembrava portare in quella direzione.
“Non so come dirtelo, cazzo. Forse ho fatto male a chiamarti, scusami.”
“Ma che dici? Senti, non voglio essere scortese, ma non ci sto capendo niente, cosa devi dirmi? E dove hai preso il mio numero di telefono?” Giovanni iniziava a spazientirsi.
“L’ho copiato dal cellulare di Marina. Senti, non è facile dire cose del genere, quindi lo farò nel modo più brutale. Marina ti tradisce col tuo amico Riccardo.”
“Ma che stai dicendo?” chiese Giovanni, incredulo.
“Sì, senti tu mi sei sempre piaciuto e non riuscivo a sopportare l’idea che Marina ti prendesse in giro, quindi te l’ho voluto dire. Se vuoi la prova, puoi averla anche stasera.” Disse Laura.
“Stasera? Ma stasera non dovete uscire insieme voi due?” il dubbio iniziava a farsi strada nella mente di Giovanni, episodi isolati, apparentemente insignificanti, si affollavano nei suoi pensieri e assumevano tutto un altro significato alla luce di ciò che aveva appena detto Laura.
“Questo è quello che ti ha detto, ma non è così. Si vedrà con lui e molto probabilmente andranno nella sua nuova casa. Fai in modo di essere davanti al Blue Noha alle dieci e lo vedrai con i tuoi occhi.”
“Cazzo.” Era tutto quello che Giovanni riusciva a dire.
“Mi dispiace Giò, sul serio, non te lo meriti. Quando tornerò in città se vorrai fare due chiacchere chiamami. Un bacio.” E riattaccò.
Era rimasto per un po’ fermo, fissando nel vuoto, cercando di metabolizzare la notizia. Poi si era alzato, vestito, aveva acceso una sigaretta ed era uscito a prendere la macchina.
“Bel risveglio di merda.” Aveva detto, guardando il proprio viso riflesso nel retrovisore.
Continuava a riascoltare nella mente la telefonata, e più lo faceva, meno la questione pareva prendere un senso. Non sapeva cosa fare.
Si ricordò di un episodio in particolare, che lo aveva subito insospettito, ma che aveva deciso di ignorare come se fosse una sciocca paranoia. Una battuta di Riccardo su Marina, un fugace sguardo di intesa fra Riccardo e Marco, un sottile ghigno, prontamente nascosto, sul volto di Marco. Ora tutti quei gesti rapidi e apparentemente innocui avevano un significato ben preciso. Si sentì un vero coglione. Voleva spaccare qualcosa, voleva urlare, voleva pestare il volto di qualcuno e sentire i suoi zigomi rompersi sotto l’impeto delle sue nocche. Voleva sentire il sangue caldo di quell’infame scorrergli sulle mani, guardarlo negli occhi e godere del terrore generato dalla paura della morte. Che soddisfazione. Il sol pensiero lo faceva stare magnificamente. Se soltanto avesse potuto averli lì davanti a sé entrambi, proprio in quel momento.
“Vatti a fidare dei musicisti. Vi faccio vedere cosa succede a chi cerca di fottermi senza il mio permesso. Stronzi.” Ancora una volta parlò con il buio della stanza.
Si alzò dal suo angolino e si diresse verso il frigorifero per prendere una birra e la bottiglia di vodka che avevano comprato qualche giorno prima. Si attaccò al collo della bottiglia, mandando giù un sorso generoso, poi aprì la lattina di birra e mandò giù anche quella. Si sentì un po’ meglio e torno a sedersi nel suo angolo, guardando ancora fuori dalla finestra il sole arroventare l’aria. Mancavano ancora molte ore alle dieci di sera.
Il tempo passò più in fretta del previsto e Giovanni era ormai completamente sbronzo quando venne il buio. Uscì dalla sala prove, salì in macchina e si diresse verso il locale. Le strade erano quasi deserte. Nonostante la giornata fosse stata particolarmente calda, la sera era fresca e limpida. Nel tragitto verso il Blue Noha, col finestrino aperto e la musica ad alto volume la vita sembrava quasi bella. Le luci della città, i fari delle poche macchine che incrociava, tutto contribuiva a dare uno strano senso di pace alle strade e per un attimo si sentì bene, leggero, e l’aria che respirava era puro ossigeno che scacciava le sue ansie e se avesse potuto avrebbe dilatato quel momento all’infinito, girando senza sosta per la città. Un eterno movimento che si propagava nell’immobilità dell’attimo. Ma questi buoni propositi vennero cancellati quando, voltando a destra, si trovò vicino alla sua meta.
Fermò la macchina a qualche metro di distanza dal locale e si mise in attesa. Da quella posizione poteva vedere distintamente l’ingresso e godeva anche di una buona visuale sul parcheggio adiacente. Non mancava molto alle dieci, ormai era solo una questione di attesa. Aprì una lattina di birra che aveva preso in sala prove, accese una sigaretta e aspettò, mettendosi comodo sul sedile. Osservava le persone che entravano e uscivano dal Blue Noha, che non erano molte, e i pochi passanti sul marciapiede. Odiava tutti quella sera. Li odiava perché erano lì, odiava le loro vite anche se non le conosceva. Odiava i loro sogni, i loro pregi e i loro difetti, qualunque essi fossero.
“Mi fate schifo.” Sussurrò, mentre buttava fuori il fumo della sigaretta.
Proprio mentre si chiedeva se sarebbero stati puntuali, se per caso Laura non gli avesse teso uno sciocco trabocchetto, vide la macchina di Marina arrivare dal fondo della strada, davanti a lui, entrare nel parcheggio del locale e fermarsi dopo pochi metri. Marina non scese.
“Porca puttana. Non voglio crederci.” Disse ad alta voce.
Fissava la macchina della sua donna, combattendo con l’istinto di scendere, dirigersi verso di lei e chiedere spiegazioni dopo averla tempestata di schiaffi.
Dopo qualche minuto entrò nel parcheggio un’altra macchina, che lui non conosceva, e si affiancò a quella di Marina. Ci fu un breve scambio di battute, poi Marina parcheggiò e salì sulla macchina sconosciuta, che partì.
Facendo molta attenzione a non farsi notare, Giovanni avviò il motore e si mise all’inseguimento. Dopo un tragitto di circa mezz’ora, l’auto si fermò davanti ad una piccola casa. Giovanni si fermò una decina di metri prima, in fila dietro ad altre macchine e attese. Dopo pochi secondi vide Marina uscire e poi vide il conducente scendere. Era Riccardo.
“Figlio di puttana!” Esclamò.
I due entrarono in casa e Giovanni vide le luci accendersi all’interno. Non sapeva come comportarsi. Da un lato, avrebbe voluto irrompere nell’abitazione e scatenare un putiferio. Pestarli, tutti e due, fino a massacrarsi le nocche contro le loro facce. Dall’altro, gli venne un’idea decisamente migliore. Come tutti sapete, la vendetta è un piatto che va servito freddo.
Scese dalla macchina e fece un giro di perlustrazione intorno alla casa. Sul retro c’era un piccolo balcone, non troppo alto. Usando alcune casse di plastica trovate nel vicolo, si issò sul balcone e si mise a spiare dalle finestre per vedere cosa stesse succedendo.
Finalmente riuscì ad abituare la vista e, spiando da uno spiraglio nella tapparella ebbe una buona visuale di quello che, a prima vista, sembrava un salotto. Riccardo e Marina erano seduti sul divano, la televisione era accesa su un canale che trasmetteva musica. Erano mezzi nudi e Marina ci stava dando dentro, con l’uccello di Riccardo in bocca. Per un attimo si sentì come se avesse ricevuto una mazzata alla bocca dello stomaco, gli mancava il fiato e voleva urlare dalla rabbia, ma riprese il controllo.
Stette lì fermo a guardare fino alla fine. Una gran scopata, pensava, senza dubbio, lei è sempre stata brava ad ingoiare tutto, ma vedremo se il boccone che sto preparando sarà facile da mandare giù.
Se ne andò prima che loro uscissero. Arrivato nel suo locale preferito, passò il resto della nottata a bere, fino a che non si addormentò sul tavolo e fu svegliato dal proprietario che chiudeva il bar. Tornò a casa, in un qualche modo, e si gettò sul letto ancora vestito.
Il risveglio non fu dei migliori. La testa girava, pulsava, il vomito spingeva. I fatti della sera prima, per un attimo, sembravano solo un brutto sogno, di quelli che quando ti svegli fai fatica a capire dove finisce l’immaginazione ed inizia la realtà, finché poi quest’ultima non torna a colpirti nello stomaco, con la forza di cento uomini. E fu proprio quel colpo che spinse Giovanni a piegarsi sul cesso e a vomitare l’anima, bestemmiando. Tuttavia, passato quel momento, si sentì decisamente meglio.
Prese il telefono e compose un numero.
“Sì?” fece la voce della donna.
“Laura, sono Giovanni, avevi ragione. Li ho seguiti, ieri.”
“Mi dispiace Giò. Come stai?” disse lei.
“Meravigliosamente.”
Ci fu qualche minuto di silenzio imbarazzato.
“Senti, quando torni in città?”
“Fra qualche ora, perché?” disse Laura.
“Ho bisogno di parlare con qualcuno. Vorrei parlare con te.”
“Ma certo Giò, dove vuoi che ci incontriamo?”
“Non me la sento di uscire, ti scoccia venire a casa mia?”
“Certo che no, capisco benissimo. Ci vediamo più tardi.”
“Grazie” disse lui e riattaccò.
Il piano stava prendendo forma. Dopo la telefonata Giovanni si rimise un po’ in ordine, ma non troppo, voleva provocare un po’ di compassione nel cuore di Laura. Poi andò in camera da letto e nascose la sua piccola telecamera digitale nell’armadio, avendo cura di lasciare l’anta leggermente socchiusa, in modo che l’obbiettivo riprendesse accuratamente il letto.
Una volta sbrigate queste faccende si concesse un po’ di relax, fumando sigarette e bevendo birra sul balcone e aspettando l’arrivo di Laura. Il sole era mite quel giorno e il vento che soffiava era quasi fresco. Aria di cambiamenti, pensò, e sorrise amaramente stendendo le gambe sulla sedia davanti a lui.
C’erano stati giorni in cui lui e Riccardo andavano molto d’accordo. Lo aveva sempre giudicato con un po’ di riserve, ma tutto sommato non gli dispiaceva la sua compagnia e nel gruppo l’atmosfera era sempre stata buona. Certo, c’erano state discussioni e divergenze, ma si erano sempre appianate in maniera civile, fino a diventare oggetto di battute e scherzi volti a rafforzare il rapporto di amicizia che stava sbocciando. Con delusione e amarezza però, Giovanni dovette ammettere che la sua capacità di inquadrare le persone al primo incontro, ancora una volta, non lo aveva tradito, sebbene non fosse stato in grado di evitare l’episodio della sera prima e chissà di quante altre sere. Così va la vita, pensava, alla fine dei giochi non puoi mai fare affidamento su nessuno. Si vive insieme per morire soli e comunque non si può dire di essere in buona compagnia.
Avrebbe voluto piangere a dirotto, ma si rese conto di non esserne più in grado. Il dolore premeva, dall’interno, contro la sua fronte, gli occhi si facevano gonfi e pesanti, tuttavia non una lacrima riusciva più a penetrare lo strato di cinismo che col tempo si era fatto sempre più spesso e solido. Come accade nella maggior parte dei casi, non ci rendiamo conto della vera utilità di una cosa finché non la perdiamo e così Giovanni, per la prima volta, si rese conto dell’importanza vitale di un sano pianto di dolore. Una valvola di sfogo, ora chiusa, che aveva la capacità di lavare l’anima dai peccati altrui e anche dai propri. Chissà dove sarebbero andate a finire tutte le lacrime che non era più in grado di versare, si chiedeva. Forse sarebbe affogato dall’interno e un giorno si sarebbe improvvisamente accasciato al suolo, con i polmoni pieni di liquido, in preda a spasmi violenti e lì sarebbe morto. Forse. Magari. Chissà.
Il suono del campanello distolse Giovanni dai suoi pensieri. Laura era arrivata. L’adrenalina prese a scorrergli nelle vene, portando una surreale lucidità nella sua mente e nel suo sguardo. Si alzò, si diresse verso la porta d’ingresso e aprì.
“Ciao Giò, perdonami se non sono molto presentabile, ma sono venuta subito qui, senza nemmeno passare da casa.” Disse Laura, guardandolo negli occhi e abbozzando un timido sorriso.
“Figurati, non hai niente che non vada. Entra pure.” Rispose mesto.
Laura passò di fianco a Giovanni, entrando, e le pieghe della sua gonna corta e la sottile nota di un profumo costoso lo sfiorarono.
Si fermò nel centro del salotto. I capelli castani, molto chiari, raccolti in una coda che voleva sembrare casuale ed invece era frutto di almeno un’ora di acconciatura. Magliettina color rosso vivo, aderente, che lasciava scoperto l’ombelico e buona parte della schiena, minigonna grigia, a quadri in stile scozzese, che lasciava ben poco all’immaginazione. Sandali sobri, ma dall’aria dispendiosa.
Se questo è il suo concetto di poco presentabile, pensò Giovanni, non oso nemmeno immaginare come sia quando è presentabile.
“Siediti pure sul divano. Bevi qualcosa?”
“Una birra, magari.” Rispose lei.
“Niente birra, è finita. Mi è rimasto del bourbon e forse del ghiaccio.”
“Bourbon con ghiaccio, allora.” E si sedette.
Giovanni andò in cucina, prese due bicchieri capienti, li riempì di quattro dita per uno e mise qualche cubetto di ghiaccio. Tornato in salotto, si sedette sulla poltrona davanti a Laura e le porse il bicchiere.
“Grazie. Ci vai giù pesante con le dosi, eh?” disse la donna, soppesando il bicchiere.
“In certi casi è meglio abbondare.” Rispose Giovanni, guardando i cubetti di ghiaccio galleggiare.
Nella stanza calò il silenzio, interrotto solo dal tintinnio dei ghiaccioli quando uno dei due alzava il bicchiere per bere un sorso. Nessuno dei due sapeva da dove cominciare. Laura era in evidente imbarazzo, mentre Giovanni sembrava assolutamente perso nella contemplazione del bicchiere.
“Come hai passato la nottata?” domandò Laura, rompendo finalmente il silenzio.
“Dopo lo spettacolino che mi sono sorbito, intendi? Bene credo, sono svenuto prima al bar e poi nel letto. Poteva andare peggio.”
“Poteva piovere.” Disse lei, sorridendo della propria citazione.
Giovanni fece finta di niente. Si alzò per andare a versarsi un altro bicchiere di bourbon. Fece un cenno a Laura, che gli porse il suo e riempì anche quello.
“Va bene, forse questa era un po’ infelice.”
“Non troppo, è solo che non riesco ad essere molto allegro. Sai com’è.” Disse lui, tornando a sedersi.
“Capisco. Almeno credo” disse Laura alzandosi e andando a sedersi sul bracciolo della poltrona, di fianco a Giovanni. “Non ti meritavi una cosa del genere. Forse non se la merita nessuno.”
“Già, forse.” Rispose lui.
“Sei stata molto gentile a venire qui.”
Lei sorrise, comprensiva.
“Devo essere sincero, non so se ringraziarti oppure no, per avermelo detto. Ci sono cose che è meglio non sapere. Altre che è necessario sapere anche se fanno male.”
“Te l’ho detto” disse Laura. “Non ti meriti un trattamento del genere.”
La mano di lei si era appoggiata sulla sua nuca, per poi scendere sulla spalla e accarezzarla dolcemente. Giovanni buttò giù un sorso e si voltò per guardare Laura negli occhi. I suoi occhi azzurri, come il cielo visto da una collina erbosa. Gli sguardi si incrociarono. Gli occhi di lei erano strani, un misto di compassione e desiderio. Lui prese la mano che accarezzava la spalla e tirò Laura a sé, facendola scivolare su di lui, e la baciò dolcemente ma con decisione. Il profumo della sua pelle riempiva le narici di Giovanni, che per un momento provò un’acuta fitta di dolore. Era un odore così simile a quello che così bene conosceva e che gli era stato strappato dal tradimento, che quasi credette di non farcela.
Quando finirono di baciarsi, si guardarono ancora negli occhi. Questa volta, dalle iridi, trasudava solo desiderio. Giovanni finì il bicchiere in un sorso, e si sentì subito meglio. Laura lo imitò e poi insieme si diressero verso la camera da letto.
Non si negarono nulla, nell’ora successiva, mentre la telecamera ben nascosta e ben posizionata riprendeva tutto. Alla fine si addormentarono e dopo qualche ora, Laura si svegliò, si rivestì e se ne andò senza far rumore e senza svegliare Giovanni.
Qualche giorno dopo, Marina ricevette una busta. All’interno un DVD e un biglietto sul quale era scritto: SE VUOI GIOCARE, DEVI CONOSCERE LE REGOLE.
Lo prese, incuriosita, e lo inserì nel lettore. Si sedette sul divano e accese il televisore. Le immagini di Laura e Giovanni che ci davano dentro come dei forsennati riempirono lo schermo, il volume dei loro gemiti trafiggeva i timpani di Marina come milioni di schegge di vetro. Lo guardò fino alla fine, immobile. L’ultima immagine era di Giovanni, che faceva l’occhiolino alla telecamera e le mandava un bacio.