“Hai visto quella?”
“Quale?” Alzai lo sguardo
verso l’ingresso.
“A destra, appena entrata.”
“Sostanziosa.”
“Scommetto che le piace farsi
sbattere a novanta. Sto dicendo che quella si farebbe pure tirare per le
orecchie, nel mentre. Capisci?”
“C’è poco da capire. C’è
spazio solo per l’immaginazione. Segaioli siamo nati, sborrandoci in mano
moriremo.”
“C’è gente che è nata davvero
da una sega.”
“E chi se ne fotte?” dissi,
guardandolo di sbieco.
“Hai centrato il punto.”
La tipa nel frattempo
scodinzolava alle calcagna di un ceffo dallo sguardo bovino e dal ventre
prominente. Un povero coglione come tanti lì dentro, noi compresi. Per nostra
fortuna ci trovavamo molto più in forma e con sguardi quanto meno umani. La
carrozza era ben attrezzata, in ogni caso. Un culone… non di quelli così grossi
che ti portano a spaventarti delle ignominie che possono celarvisi, di quelli
buoni per una sana cavalcata a pelo. Di quelli che reggono i colpi, che
rispondono. Notevole.
“Senti, fammi un favore, vai a
farmi riempire il bicchiere. Non ho
voglia di alzarmi.”
“Sei un cesso, Adam.”
“Sì? Be’, un giorno forse
riuscirai a cagarmi in testa, per ora vai.”
“Stronzo.”
“Ricordati il ghiaccio.”
Si alzò, mi tolse il bicchiere
ormai vuoto dalla mano, e si diresse borbottando verso il bancone. Ragazzo
gentile, ma quante fregnacce, pensai.
Non so nemmeno di preciso da quanti anni ci conoscessimo, ormai. Non
aveva molta importanza, ma sono cose a cui a volte si pensa… no?
Il locale cadeva a pezzi,
riscaldato qua e là con qualche vecchia stufa a gasolio. Una in particolare,
alla destra del nostro tavolo, smetteva di funzionare ogni cinque minuti,
rilasciando puntualmente esalazioni mefitiche. Ero arrivato al limite. La
spensi e tornai al tavolo. Accesi una sigaretta. Era ormai l’unico locale in
cui noi poveracci potevamo ancora fumare, in barba a tutte le leggi sulla
salute pubblica, e anche per questo rimaneva un punto di riferimento. Si
respirava libertà clandestina, in quel posto. Oltre che a litrate di fumo
passivo di qualsiasi genere. C’era perfino il gasolio! Cosa potevamo desiderare
di più, noi poveri residuati?
Di figli di puttana ne erano
passati tanti lì dentro, intere generazioni. Alcune non si erano ancora decise a schiodare, quindi la clientela
andava dal bamboccio di sedici anni all’ubriacone obeso di settanta, senza
troppi problemi. Muri, panchine, tavoli, tutto lì dentro portava i segni di
queste persone e dei loro drammi. Ogni storia, una scritta. Ogni scritta, una
sbronza. Ogni sbronza, un dolore lacerante soffocato con gargarismi di vodka,
gin, whiskey e qualsiasi altra cosa servisse allo scopo. Ovviamente, da qualche
parte, c’erano anche le nostre scritte. Tremendamente affascinante.
“Tieni.” Era tornato.
“Molto obbligato” dissi prima
di mandarne giù un goccio. “Non sai quanto mi sento sollevato. Per un attimo ho
pensato che davvero non sarebbe mai finita.”
“Di cosa stai parlando?”
“Il ritardo era, appunto, solo
un ritardo. Sono libero, tutto alle spalle. Nuovi orizzonti.”
Si mise a ridere “Ti sei
proprio cagato in mano questa volta, eh?”
“Dice che sta già meglio,
sai?”
“Ma non mi dire…”
“Già… fa riflettere, no? Dico,
sulla vera natura della sua ossessione. Non era niente di più, pura ossessione
dettata dalla comodità della situazione. C’è gente che potrebbe sentirsi male a
realizzare certe cose.”
“Non tu, però.”
“Dici bene, non io. L’ho
superata questa merda. Rido della povertà di spirito. Mi scivola addosso, non
c’è trippa per gatti.” Assestai un pugno solido sul tavolo e incornai i
bicchieri con il mio compare. Questo era il sale della vita, dopo tutto. Due
amici, due stronzi qualunque, come ce ne sono tanti al mondo a insultarsi e
ridere di quelle che prima erano disgrazie e ora solo squallide parentesi che
nessuno si sarebbe mai preso la briga di sottolineare, se fossero state in un
libro.
“Comunque, lo ha detto a te
che sta meglio…”
“A chi doveva dirlo?”
“Nel senso, solo perché te lo
ha detto, non significa che sia vero. Soprattutto se lo dice a te.”
“Può essere, a volte mi lascio
trasportare dalla mancanza di fiducia. Non lo so, sono cose delicate,
ingarbugliate, non ho la testa per risolverle. Forse nemmeno la voglia.”
“Sei deprimente, Adam.”
Abbassai lo sguardo verso il
bicchiere, oltre il fondo, guardavo il tavolo galleggiare nel whiskey.
Deprimente… Depresso! Stanco, svogliato, sfiduciato. Che nervi. Tutti sempre
pronti a fornire una loro interpretazione non richiesta. Che non sarebbe
nemmeno un grosso problema, se non fosse che quando ci azzeccano brucia. Ti
colpiscono in faccia, come se ti schiaffeggiassero con una sogliola pescata di
fresco. Un colpo viscido, il marcio che danza intorno al tuo naso per giorni.
Non ti puoi semplicemente pulire, devi farci i conti. Giungere a compromettenti
compromessi.
“Adesso cosa cazzo dovrei
dirti? Se ti do ragione, sembro ancora più deprimente. Se ti do torto, sembro
un bamboccio permaloso che non è in grado di accettare la realtà. Mi metti
sempre in posizioni scomode, maledetto.”
Rideva, lui. Rideva.
“Mi consoli, le persone
deprimenti non fanno mai ridere nessuno. Nemmeno le loro disgrazie sono in
grado di strappare il più sarcastico dei sorrisi.”
“Parla come mangi, scemo.”
Sapeva sempre come chiudere le
nostre discussioni.
Il fracasso assordante di
pugni sul muro e bestemmie e palline che rimbalzavano, proveniente dalla stanza
a fianco, suggeriva che il solito gruppo di tossici del venerdì sera era
arrivato per passare tutta la serata appresso al calcio balilla. Bravi ragazzi,
sicuramente… se fossero stati altri ragazzi. Il più scalmanato era uscito di
galera da poco, due anni e qualcosa, per lesioni personali. Quest’uomo aveva un
pitbull, di quelli decisamente troppo affettuosi, che una bella sera d’estate
aveva cercato di staccare la testa ad una bambina che giocava in un parco. Il
padre subito si era lanciato sul cane, prendendolo a calci. Lui aveva pensato
bene di pestarlo, per l’affronto subito dalla bestia. La gente sta male? Non
tutta, solo la maggior parte. La bimba alla fine se l’era cavata bene, il padre
un po’ meno, ma sicuramente ad aver avuto la peggio era stato quel povero
coglione. Due anni di galera e cazzi nel culo. Mai pene fu più meritato.
Ora però toccava a noi
sorbircelo. Inutile dire che il sistema penitenziario aveva fatto un lavoro coi
fiocchi, era stato in grado di scodellarci una sua versione ancora più ignorante
della precedente. Coi tossici non sei mai troppo tranquillo, alla fine dei
conti non sai mai come potranno reagire a qualsiasi cosa. Bisogna stare sempre
un po’ in guardia, non vale nemmeno la pena di pestarli. Se poi iniziano a
schizzare sangue ovunque? Magari buona parte su di te? Che fai? Fine della
festa, ecco cosa fai. Non voglio fare di tutti i tossici un girone infernale.
Esistono anche quelli da premio Nobel per la pace. Mai incontrati, però.
Uno che la sapeva lunga, molto
più di me, sull’argomento, era solito dire che ogni tossico è come un sole che
tramonta. Avevo deciso di crederci, anche se la realtà ci provava sempre a
confutare la teoria. Piccola bastarda, mai una volta che si arrenda alla forza
di volontà.
“Ohei, bomber!” Eccolo. Uscito
dalla stanza, chi deve vedere per primo? Il sottoscritto, naturale.
“Veh, grande! Come va? Tutto a
posto?” Grazie a lui potevo coltivare le mie spiccate doti di attore.
“Sì sì, partita? Eh? Ci
giochiamo una birretta? Eh?” Cocaina o eroina, stasera? Coca, decisamente, è
troppo allegro.
“Eh guarda, mi spiace tanto,
davvero… ma siamo solo in due stasera qui. Preferiamo starcene tranquilli. Sai
com’è, la stanchezza…” Cosa avrei potuto dirgli? Che ero affetto dalla sindrome
del tunnel carpale? O che mi facevano schifo i pezzi di merda che danno più valore
a un cane, che alla vita di un essere umano, una bambina per giunta? Bah.
“Dai, fatti ‘sta partita!”
insistette “sei da solo?”
“No, sono con lui, non…”
Feci per indicare il mio
amico, ma quando mi girai notai che era sparito. La patata bollente era tutta
mia.
“Sarà andato in bagno, non ne
ho idea. Ma sono sicuro che non è in vena di esibirsi in partite varie.” Essere
indelicati è un’arte.
“Eh, ma perché sa che perdete.
Ih! Ih!” Le parole sgusciavano fuori dai buchi nella sua dentatura ormai
marcia, ogni risata un silacco.
“Non possiamo competere con i
campioni in carica, c’è poco da fare!” Levati dal cazzo, per Dio.
Fortuna volle che il suo
compare di sempre, in quel momento, facesse capolino per ritrascinarlo dentro a
giocare. Si ritirò fra una bestemmia e due scaracchi, che rimasero a fissarmi,
molli, dal pavimento.
Distolsi l’attenzione dai
moccoli e mi ritrovai davanti il mio amico. Rimasi un attimo perplesso.
“Dove cazzo eri finito? Non ti
ho nemmeno sentito alzarti. Ti sei divertito a lasciarmi qui da solo col
tossico, eh?”
“Ho seguito una in bagno,
pensavo mi stesse mandando dei segnali piuttosto chiari. Invece ho scoperto che
aveva solo mal di pancia. Quando l’ho sorpresa sulla tazza, era talmente
imbarazzata che invece di diventare rossa e urlare, è arrossita e ha mollato
una scorreggia tonante. Che puzza, ma che ridere.”
“Non ci crederò mai.”
“Cazzi tuoi.” Scoppiò a ridere
e così feci anche io.
“Si è persino messa a
piangere!”
“Questo posso crederlo, con
quel brutto muso che ti ritrovi è il minimo.”
Ceffi di ogni sorta
continuavano ad andare e venire, i nostri bicchieri seguitavano a vuotarsi e
riempirsi, la band prevista per la serata avrebbe preso posto e iniziato a
suonare di lì a poco. Tutti i più grandi successi dei Creedence Clearwater
Revival, vere chicche per nostalgici di prima mano.
La nostra situazione era in
stadio piuttosto avanzato. Eravamo ormai fradici, le parole iniziavano ad
annodarsi nelle fauci e gli sguardi si facevano acquosi. Le palline
continuavano a schizzare nel calcetto balilla a velocità spropositata e le
imprecazioni e le bestemmie si erano fatte sempre più colorite, sempre nuove,
mai una ripetizione! Tutto quel trasporto nella partita ci aveva convinti ad
alzarci per andare a goderci lo spettacolo. Una sarabanda di sputi, urla,
insulti, birre tracannate fra uno spondino e un goal incassato. Il tossico era
il migliore di tutti, a forza di urlare smuoveva certe zolle di catarro da far
rabbrividire e mica se le teneva per sé. Macché! Le sputava con disprezzo lì
dove si trovava. A volte sui suoi piedi, a volte in un angolo della stanza. Più
spesso centrava le scarpe del suo amico, che pareva non accorgersene o comunque
non gli dava peso. Ci si abitua a tutto, d’altra parte.
Io e Gojo, sempre sbronzi,
sempre di più, avevamo iniziato a scommettere su dove sarebbe andato a finire
il prossimo scaracchio e quando sarebbe stato espulso. Ma non ci fermavamo certo a questo. Cercavamo
persino di indovinarne il colore, la consistenza ed eventualmente se sarebbe
stato più grosso o più piccolo del precedente, semplicemente dai rumori che il
nostro beniamino emetteva prima di eruttare soddisfatto il frutto del suo
costato. Il campione in carica, quella sera, era un silacco scaturito da una
boccata di sigaretta andata per traverso. Regnava, placido e solido come un
budino, sulla panchina che stava dalla parte opposta della stanza, preciso in
mezzo al tossico e al suo compare. Aveva un colore strano, un misto di giallo
canarino e marrone tabacco, qua e là spuntavano dei pezzettini di roba grigia,
che avevano tutta l’aria di essere piuttosto solidi. Ogni tanto sobbalzava,
quando la panchina riceveva qualche calcio, ma non si scomponeva. Rimaneva lì,
baldanzoso e ballonzolante. Ne eravamo molto divertiti, io e Gojo.
La band ci stava dando dentro,
non era male. Buttai un occhio nella stanza principale, che ormai era
totalmente piena. Perfino il nostro tavolo ci era stato sottratto, da una manica
di strani ragazzi con occhiali da vista enormi e dilatatori di dimensioni
bibliche ai lobi delle orecchie. Singolari.
La gente ballava, davanti al
gruppo che suonava senza sosta. Ogni tanto qualche signora sulla cinquantina,
che aveva evidentemente bevuto ben più di qualche bicchiere di troppo, si
lanciava in una solitaria danza salendo su un tavolo ed incitando amiche, amici
e l’eventuale marito a seguirla nella sua frenesia. Questi spettacolini
duravano poco, purtroppo o per fortuna, ma si succedevano a velocità sostenuta.
Cercarono nuovamente di
convincerci ad accettare una sfida a calcetto, ma riuscimmo a scamparla. Erano
talmente sbronzi ormai, che se uno scambio di battute durava più di dieci
secondi, allo scoccare dell’undicesimo si erano già scordati di cosa, e con
chi, stavano parlando.
Ci decidemmo ad andare al
bancone per farci riempire un’ultima volta i bicchieri e poi andarcene a morire
nei rispettivi giacigli. Fu proprio in quel momento, mentre innalzavamo i
calici dell’ultimo brindisi della serata, che scoppiò il finimondo.
Due tizi, uno grosso come un
armadio a due ante e un altro nella media fecero letteralmente irruzione nel
locale, quasi scardinando la porta d’ingresso. Il più grosso dei due era anche
il più schizzato. Urlava frasi che nessuno riusciva ad intendere e questo un
po’ mi sollevava, non ero ancora così sbronzo da non capire cosa dicevano gli altri
esseri umani. Smascellava… urlava… spintonava la gente, che non protestava più
di tanto. Erano tutti intimoriti.
Glielo potevi leggere negli
occhi quello che pensavano: “Questo figlio di puttana è talmente fatto che è
capace di ammazzare qualcuno.” Era il pensiero che frullava nelle testoline di
tutti i presenti, la mia e quella di Gojo comprese.
Il barista, che in quanto a
risse era più navigato di un lupo di mare, con non poca fatica riuscì a portare
fuori i ceffi e dopo un breve alterco ritornò dentro bestemmiando a più non
posso su quanto fossero stronzi certi stronzi e l’Italia e gli italiani, tutte
pecore, mannelloni, uno schifo… e il Signore, porco! Insomma ogni scusa era
buona per un delirio sociopolitico infarcito di sana anti-cristianità. Finita
lì. Questo pensavamo. Alcuni sollevati, alcuni un po’ delusi. Ma la tregua durò
poco. Iniziammo a sentire il rumore delle bottiglie che si infrangevano contro
la porta d’ingresso del locale, una di quelle blindate con vetro
antisfondamento, e poi un rumore più sordo e tremendo. Ci precipitammo in buon
numero a vedere cosa stava succedendo ed eccolo lì, l’energumeno, che si para davanti
a noi, potevamo vederlo attraverso il vetro della porta, con un palo di ferro
lungo due metri. Era quello che serviva per sbarrare l’ingresso dall’esterno.
Lo brandiva, a mo’ di clava, calando colpi tremendi. Il vetro infrangibile
aveva iniziato ad incrinarsi. Alcune donne urlarono dallo spavento. La maggior
parte dei presenti, invece, osservava la scena in silenzio. Non era la serata
degli eroi, i più spavaldi urlavano insulti dalle retrovie. Due tipi
coraggiosi, fuori, cercarono di fermare il pazzo, ma ci guadagnarono solo
cazzotti e un calcio nel culo. Si allontanarono sconfitti, ma rimasero ad
osservare dalla distanza. Così come faceva il compare dello scimmione, ridendo
a crepapelle.
Qualcuno era corso via urlando
il nome del barista, invocando il suo intervento, altri semplicemente
minacciavano di tirare fuori la pistola, altri ancora spronavano i pistoleri a
farlo. Tutto sommato la scena all’interno era piuttosto divertente. Io e Gojo
ci tenevamo sempre un po’ in disparte, troppo sbronzi per fare qualsiasi altra
cosa che non fosse starsene lì a strabuzzare gli occhi, increduli.
Improvvisamente, visto che la
porta non dava più segni di cedimento, lo scimmione decise di buttare la
spranga e aprirla alla vecchia maniera. Alcuni si slanciarono subito per
richiudere e mettere il catenaccio, ma il bove fu più lesto e riuscì a
scagliare all’interno una bottiglia, che si infranse sul muro, ferendo sotto
l’occhio destro un poveretto che si trovava nel posto sbagliato al momento
sbagliato. Nulla di grave comunque.
I prodi finalmente riuscirono
a chiudere la porta e ad assicurare i chiavistelli. Fuori la situazione non
cambiava, fra bottiglie e sprangate la sfuriata sarà durata mezz’ora buona, ma
infine dovettero intendere che non sarebbero mai riusciti ad entrare. Se ne
andarono, così, di punto in bianco. Nel frattempo il barista stava chiamando la
polizia. Più che una telefonata, fu un uragano di bestemmie. Evidentemente doveva
esserci qualche problema di ricezione.
Lo spettacolo era finito. Ce
ne tornammo a sedere. Ora c’era molto più posto, perché la maggior parte della
clientela aveva deciso di inseguire, sebbene sempre mantenendosi a distanza di
sicurezza, i due soggetti.
Venimmo poi a sapere, da un
tizio che faceva la staffetta per aggiornare il barista sulla situazione, che
se ne erano andati in un locale a duecento metri da lì a replicare lo
spettacolo. Ma erano stati sopraffatti e bastonati dai buttafuori, prima, e dai poliziotti, poi.
“Che froci.” Disse Gojo.
“Froci impasticcomani.”
Rincarai la dose.
Questi furono gli unici nostri
commenti sull’accaduto.
“Tutto questo movimento mi ha
un po’ agitato, ci facciamo un altro bicchiere per distendere i nervi?”
“Ok Gojo, vado io.”
Feci per alzarmi, ma tornai a
sedermi e fissai Gojo.
“Si può sapere perché cazzo ti
fai chiamare Gojo?”
“Come, non lo sai?”
“Non te lo avrei chiesto, no?”
“Dovresti saperlo, però”
“Perché mai?”
“Me l’hai dato tu il nome.”
O ero troppo sbronzo per
capire o non aveva senso.
“Fuori dai coglioni, si
chiude!” L’urlo del proprietario era arrivato puntuale, alle due di notte
spaccate.
Mi voltai verso il bancone e
gli risposi.
“Adesso ce ne andiamo.”
“Hai sentito? Dobbiamo…”
Ma davanti a me non c’era
nessuno. Solo il mio bicchiere vuoto. Quando sai che hai bevuto troppo? Quando
passi la serata a parlare con un bicchiere di whiskey, fino a che non sei così
sbronzo da non distinguere più la realtà da quello che schifo che ti gira in
testa, che a volte può essere perfino peggiore.